100 anni Marlon Brando, il memoir torna in libreria

“Il miglior regista con il quale ho lavorato è stato Gillo Pontecorvo”, racconta il mitico attore in 'Le canzoni che mi insegnava mia madre', ripubblicato da 'La Nave di Teseo'


A cento anni dalla nascita di Marlon Brando torna nelle librerie italiane il memoir dell’ultimo mito del cinema, Le canzoni che mi insegnava mia madre, scritto con il giornalista e scrittore Robert Lindsey, già corrispondente capo del ‘New York Times’.

Pubblicato da La Nave di Teseo nella traduzione di Annabella Caminiti, con la prefazione di Giulio Base, il libro è accompagnato da 64 pagine di fotografie in bianco e nero dalla collezione privata dell’attore.

A parte Elia Kazan e Bernardo Bertolucci, il regista migliore con il quale ho lavorato è stato Gillo Pontecorvo, anche se siamo stati sul punto di ammazzarci” racconta Brando ricordando quando nel 1968 girarono a Cartagena con una temperatura sempre sopra i 40 gradi il film Queimada (distribuito con il titolo Burn!) e Pontecorvo stava sempre sul set con addosso un pesante cappotto.

Il divo svela anche di aver sentito Marilyn Monroe poco prima della sua tragica fine. “Incontrai casualmente Marilyn Monroe a una festa. Mentre gli altri bevevano e ballavano, lei se ne stava in disparte, quasi del tutto ignorata, e suonava il piano. Abbiamo avuto una storia. L’ultima volta che ci siamo sentiti è stato due o tre giorni prima che morisse”, racconta, dicendosi convinto che “non si sia suicidata”.

Interprete di personaggi leggendari, dal brutale Stanley Kowalski in Un tram che si chiama desiderio, al ribelle nella giacca di pelle di Fronte del porto, all’implacabile e maestoso Don Corleone ne Il Padrino, fino allo scandaloso e sconfitto in Ultimo tango a Parigi, nel libro Brando racconta anche di quando nel 1973 chiese a un’amica apache, Sacheen Piccola Piuma, di presenziare al suo posto alla cerimonia degli Oscar dove vinse la statuetta come miglior attore per Il Padrino. “Scrissi una dichiarazione che lei avrebbe dovuto leggere, sempre per mio conto, nella quale si denunciava il trattamento degli indiani e il razzismo in generale. Ma Howard Koch, il produttore della manifestazione, riuscì a bloccare la mia amica“.

Miniera di aneddoti e leggende, il memoir della vita selvaggia di Brando è stato scritto dall’attore, come lui stesso raccontava, “per separare la verità da tutte le leggende inventate su di me, perché questo è il destino di chiunque sia travolto dal vortice distorto della celebrità”.

Dai ricordi commoventi dell’infanzia con la madre sempre lontana da casa, che però gli aveva trasmesso l’amore per la natura e gli animali e conosceva “tutte le canzoni che siano mai state scritte”, al suo impegno da attivista che sconvolse l’America puritana, agli scontri con gli studios di Hollywood, al non essere d’accordo con l’assegnazione di premi agli attori, al vedere il cibo come un amico e al tenere in considerazione soprattutto le zone grigie della vita, fino al sogno di un paradiso incontaminato su un atollo della Polinesia, questa autobiografia è un viaggio seducente, divertente e “pieno di vita” come sottolinea Giulio Base nella prefazione. “In questa autoanalisi Marlon Brando evita di celebrarsi come divo e affronta sinceramente la sua umanità imperfetta, che lo rende somigliante a ciascuno di noi”.

 

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02 Aprile 2024

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