Viaggio nel cinema svedese


GOETEBORG – Ha appena siglato il nuovo Film Agreement (2013-2015), Anna Serner, ceo di Swedish Film Institute che incontriamo al Göteborg International Film Festival, il principale appuntamento del cinema nordico con circa 450 film da 70 paesi, 34.000 spettatori, un mercato che si concentra sulla produzione scandinava. Cinecittà News, insieme a otto testate da diversi paesi, dalla Germania al Canada, è stata invitata qui al festival, mentre il numero di febbraio della nostra rivista  dedicherà il suo focus proprio alla cinematografia svedese.

 

“Dal 1963 lo Stato, indipendentemente dal colore politico dei governi, finanzia il cinema al 50%, mentre il mondo dell’industria mette l’altra metà del budget attraverso una tassa di scopo – ci spiega Anna Serner – È un sistema unico al mondo, che vive un momento di trasformazione, visto che oggi l’esercizio si è concentrato in sostanza nelle mani di un solo grande esercente, che possiede l’80% degli schermi e decide quindi quali film mostrare secondo logiche puramente industriali. Inoltre la digitalizzazione, come in tutti gli altri paesi, sta portando alla chiusura di molte sale. Noi, da parte nostra, abbiamo aumentato il sostegno pubblico, con un budget di 32 milioni di euro per il 2013”.

 

Sono 15 l’anno i lungometraggi sostenuti, in buona parte opere prime, oltre a cortometraggi, documentari e opere televisive. I progetti vengono vagliati da sei esperti. Serner ci tiene a dire che le politiche di sostegno tendono soprattutto a stimolare la diversità: “Di classe, di generi, generazioni, valori, orientamenti sessuali, ideologie, tendenze estetiche. Ma in particolare ci sta a cuore la differenza di genere. Il nostro obiettivo è arrivare alla parità piena, 50 e 50, nel 2015. Per i corti e i documentari già ci siamo, per il lungometraggio le donne sono solo a quota 30”. Però già è nata una rete di registe e produttrici, il Nordic Women Filmakers. Eppure, aggiunge Anna Serner: “C’è molta preoccupazione nel mondo del business, perché è fatto soprattutto da uomini e gli uomini hanno timore che io voglia dare tutti i soldi alle donne, anche se non è vero”.

 

Proprio una donna, e per giunta esordiente, ha fatto il pieno di Guldbagge, i principali premi svedesi paragonabili al David di Donatello: è Gabriella Pichler con Eat sleep die, che aveva debuttato l’anno scorso a Venezia alla Settimana della critica. Gli altri Guldbagge sono andati a Call Girl (quattro) e Palme, che ne ha vinti due, tra cui quello per le musiche create dall’ex Abba, Benny Ardesson. Palme è il documentario dedicato alla figura del premier socialdemocratico assassinato nel 1986 in pieno centro di Stoccolma, mentre tornava a casa con la moglie. Un uomo politico che si distinse anche in campo internazionale per le sue battaglie contro la guerra del Vietnam e l’apartheid. Molto visto qui in Svezia, sia al cinema che in tv, Palme ha segnato un revival che, come ci spiega Pia Lundberg, direttore del Dipartimento internazionale di SFI, “è legato alla voglia di riscoprire un periodo della nostra storia con cui non abbiamo ancora fatto i conti. È la prima volta che guardiamo come è cambiata la politica del nostro paese dalla fine dei ’60 alla fine degli ’80, ed è accaduto sia con questo documentario, molto equilibrato nel mostrare la figura del nostro leader politico, sia con un film controverso come Call girl, che ha scontentato i familiari di Olof Palme perché suggerisce un possibile coinvolgimento in uno scandalo sessuale con ragazze minorenni”.

Osannato in patria, e visto da più generazioni, Palme non è stato venduto bene all’estero (dove la Svezia è rappresentata soprattutto dai gialli alla Millennium o come The Hypnotist di Lasse Hallstrom che vedremo prossimamente con la Bim). Molto meglio è andata a un altro documentario, Searching for Sugar Man, il film di Malik Bendjelloul che si è ritrovato nella cinquina dell’Oscar per la non fiction. Apparentemente non ha nulla di svedese, dall’autore, che è di origine algerina, al protagonista, americano di stirpe messicana. È il cantautore di Detroit Sixto Diaz Rodriguez, che nel 1970 pubblicò il suo disco d’esordio, Cold fact. Un flop in America, nonostante le recensioni positive, come pure il disco successivo. Tanto da convincerlo a cambiare mestiere, passando al ramo non proprio affine delle demolizioni di immobili. Ma incredibilmente in Sudafrica, proprio grazie alle sue ballate tristi e venate di doppi sensi, è diventato una leggenda: più famoso dei Rolling Stones e più amato di Elvis, anche perché a lungo creduto morto per un suicidio che si riteneva fosse avvenuto in circostanze misteriose. Il documentario, che ha l’andamento di un giallo e contiene molta buona musica, tutta di Rodriguez, ci mette un po’ a farci sapere che il nostro è ancora vivo e vegeto. Infatti segue passo passo le ricerche di due appassionati sudafricani: Stephen ‘Sugar’ Segerman e Craig Bartholomew Strydom, che infine riescono a scovarlo per riportarlo a Città del Capo con una serie di concerti trionfali.

Mentre Sugar Man affronta il palco dell’Academy, a Berlino il cinema svedese è ben rappresentato con 9 cortometraggi (equamente divisi tra Berlinale Short e Generation), un film per ragazzi, Eskil & Trinidad (in Generation) e due documentari. Uno, Belleville Baby di Mia Engberg, l’abbiamo visto qui al Festival di Göteborg, ed è una stringente, affascinante riflessione sul tema del fluire e scomparire della memoria, oggetto imprendibile, non condiviso neppure da due amanti che sono stati una cosa sola. La diciannovenne svedese Mia e il francese Vincent si ritrovano dopo dieci anni di oblio – lui è stato in carcere, mentre lei lo credeva scomparso nel nulla. Le uniche immagini che Mia ha conservato sono quelle di lui che si rade riprese da lei. Né mai vedremo cosa è diventato perché la conversazione tra i due ex è solo telefonica, ricostruita con la voce di un attore, molto letteraria, ma anche fortemente politica. Quelle parole sono il leit motiv sonoro di un affascinante percorso visivo attraverso super-8, immagini riprese col telefonino, foto pure e semplici, dal centro all’estrema periferia di Parigi, dai laghi ghiacciati di Stoccolma al mare di Marsiglia, passando per le foto di una anziana parente della regista, storia di amore perduto d’altri tempi. Un film estremamente personale, in costante soggettiva, con echi di Marguerite Duras, di cui sentirete ancora parlare. Come di TPB AFK: The Pirate Bay Away From Keyboard di Simon Klose, sempre in Panorama Dokumente, sui tre hacker che hanno fondato il sito di file sharing The Pirate Bay. Per il trailer di questo film ci sono stati più di un milione di clic solo nel primo giorno di permanenza su YouTube a dimostrazione di quanto la vicenda sia rovente.

E in futuro? Nell’immediato sono in arrivo The last sentence di Jan Troell, sulla vicenda di Torgny Segerstedt, giornalista oppositore dei nazisti, morto nel 1945, e Hotel di Lisa Langseth, che potrebbe approdare a Cannes, storia di un gruppo di pazienti di una psicoterapia di gruppo che decidono di scappare insieme in un albergo inventandosi nuove identità. Mentre il 2014 segnerà il ritorno di Roy Andersson (con A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence), Lukas Moodysson e una grande produzione sulla regina Cristina girata in inglese.

Cristiana Paternò
01 Febbraio 2013

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