‘Trenque Lauquen’: Laura non c’è

Laura Citarella firma una storia femminista sulla scomparsa di una donna e meraviglioso affresco urbano e umano, già apprezzato a Venezia 79 e al NYFF


Laura scompare senza lasciare traccia a Trenque Lauquen, una piccola località delle pampas argentine, dove ha condotto per un certo periodo ricerche botaniche. I due uomini che la amano intraprendono un viaggio alla sua ricerca.

Questo l’incipit del film in due parti della regista argentina Laura Citarella, al cinema dal 16 novembre con EXIT Media.

Per quale motivo Laura  ha deciso di partire? Questa improvvisa fuga costituisce il fulcro di una serie di enigmi: la scomparsa della donna si intreccia con il segreto celato nei volumi di una biblioteca, con la corrispondenza amorosa di un’altra donna scomparsa molti anni prima, con i misteriosi fiori di colore giallo, con il mistero che circonda la laguna e con la sua comunità scossa da un evento inspiegabile. In questa storia, che come un prezioso scrigno racchiude numerose altre narrazioni, la ricerca di sé e quella dell’altro si intrecciano costantemente, mentre le aspirazioni idealizzate e la realtà concreta si fondono.

Tuttavia, non è un film filosofico, ma piuttosto d’amore e avventura, in cui l’esplorazione di una cittadina argentina rappresenta soprattutto l’opportunità di approfondire ulteriormente la psiche umana. Il mistero che avvolge la protagonista trasforma il tutto in un affascinante romanzo visivo, apprezzato sia a Venezia 79 che al NYFF, con recensioni entusiastiche da parte della stampa. ‘Film TV’ lo ha definito come “capolavoro impossibile da spiegare” e ‘Sentieri Selvaggi’ “Una vertiginosa forma di narrazione borgesiana”.

Così lo racconta la regista nel catalogo di Sicilia Queer Filmfest dove è stata ospite: “E’ senza dubbio il mio film più personale. È girato nel paese della mia famiglia, ci recita mio marito, io appaio incinta, compare mia figlia, mio fratello. A un certo punto appare mia nonna. C’è qualcosa della musicalità, del linguaggio del popolo, che è quello che ho ascoltato per tutta la vita. E poi sono rimasta incinta proprio durante le riprese di Las poetas e Trenque Lauquen, perché stavo lavorando ad entrambi contemporaneamente.

Durante le riprese è nata Lucía, mia figlia. Ho dunque continuato a girare con lei neonata: la mettevamo a terra e la lasciavamo lì mentre giravamo. Non so cosa facesse lei. Faceva un giretto, dormiva, giocava. La verità è che non aveva importanza, la cosa importante era il tempo che creava la sua presenza, che era un tempo di riprese differente. Noi, le donne che recitavano nel film, ci abbandonavamo a questa attesa e a questo tempo. Erano riprese molto chiacchierate, con molti dialoghi tra di noi: parlavamo di femminismo e di politica. Mon ho alcun dubbio nel definire il film femminista, pur non avendo il femminismo come tema. È più una questione di sguardo. La questione dello “sguardo” maschile o femminile, di come gli uomini fanno i film e di come li fanno le donne, di come gli uomini risolvono un problema e di come lo fanno le donne, mi sembra molto ben rappresentata nel film. Ha a che fare con il bisogno degli uomini di dare un nome, classificare e trovare una logica. In particolare compaiono le due donne, che non solo non sono interessate a trovare Laura, ma nemmeno a capire esattamente perché Laura se ne sia andata o che cosa sia quella creatura misteriosa. È un modo di guardare al conflitto che propone una possibilità del mondo.

Qui c’è una cosa del femminismo che mi interessa molto, che ha a che fare con la logica del collettivo, del plurale, che ovviamente si traduce nel modo di fare cinema e nel modo in cui penso che le strutture di potere possano essere smantellate. Credo che sia molto più femminista questo che una dichiarazione diretta. Se la prima parte della pellicola è dedicata alla razionalità del mondo maschile che cerca di comprendere un mistero, la seconda si concentra proprio sul femminile, che il mistero lo abbraccia”.

Il che ha a che fare, simbolicamente, anche con la svolta ‘sci-fi’ della trama, che implica la presenza di una creatura mutante: “Laura potrebbe aprire la porta e vedere cosa c’è dietro, ma non lo fa proprio perché rispetta l’equilibrio della magia. La vera magia è vivere in una comunità di donne che si supportano. Il film stesso è una creatura mutante. Ci abbiamo lavorato per cinque anni, ispirandoci in parte a L’avventura di Antonioni, era tutto estremamente controllato, con poca improvvisazione, ma eravamo aperti al cambiamento. Durante il film è arrivato il covid, io sono rimasta incinta… e anche la gravidanza è segno di mutamento, di qualcosa che cresce per poi prendere una forma definita. Il film cambiava con la vita man mano che entrambi andavano avanti. Giravamo delle scene, ad esempio quelle in Italia, senza sapere se poi ci sarebbero servite o no. Siamo venuti nella penisola a partire da un seminario a Monaco, e abbiamo detto… portiamoci la cinepresa. Con noi un’amica, direttrice della fotografia. Solo dopo abbiamo capito che le riprese potevano essere incluse”.

Quanto alla natura ‘borgesiana’ del film, Citarella ci si riconosce fino a un certo punto: “Mi piace Borges ed è un riferimento in Argentina, ma se proprio dovessi fare un nome citerei piuttosto Casares… forse perché il film ha una struttura letteraria, in capitoli. All’inizio aveva uno sviluppo lineare e cronologico. Poi abbiamo capito che era più affascinante e misterioso partire con i due uomini che cercavano Laura e solo dopo cercare di ricostruire perché era fuggita. Se parti con due uomini che cercano una donna, c’è sempre il rischio di dare per scontato che si sia trattato di una situazione di pericolo, o di follia… non è considerata la volontà della donna di sparire. Anche in questo sta il “femminismo” del film. Ho cercato di evitare che fosse un film ‘da hashtag’. Femminismo e maternità non ne sono il tema, emergono spontaneamente”.

La protagonista si chiama Laura, proprio come la regista: “E’ un caso – conclude Citarella – almeno, che si chiami come me. E’ più importante che si chiami come l’attrice che la interpreta, come quasi tutti i personaggi di questo film. Sottolinea ancora una volta la vicinanza tra vita e pellicola. E’ la stessa Laura della mia opera prima Ostende, per me rappresenta una saga”.

 

Andrea Guglielmino
11 Settembre 2023

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