‘The Warrior’, sul ring della vita con Zac Efron

In sala dall'1 febbraio, il film di Sean Durkin racconta la dinastia di wrestler Von Erich in un melò sportivo tra tragedia ed epica


Dopo La fuga di Martha e The Nest il regista Sean Durkin torna al grande pubblico con la storia vera della famiglia Von Erich, leggendaria dinastia del wrestling americano. Già nel 2015 il regista aveva iniziato le ricerche per The Warrior (in originale The Iron Claw), esempio di epica sportiva e melò – al cinema dall’1 febbraio – in cui i round sul ring si alternano alla tragedia di una famiglia cresciuta per vincere ma segnata dalla sfortuna, per molti segno di una vera e propria “maledizione”. “La maledizione Von Erich”.

Siamo negli anni ‘80 e il padre-padrone Fritz (Holt McCallany) ha cresciuto i figli per farli diventare campioni del mondo nello stesso sport che a lui, in anni di tentativi, non ha portato che a una manciata di vittorie e molta sventura. Cresciuti come bambole spartane, i figli cercano di vestire i piani tratteggiati per loro dal padre, ma è Kevin (Zac Efron) il predestinato: dovrà rinunciare a tutto e ascendere alla gloria. D’un tratto però il destino cambia verso e anche i fratelli David (Harris Dickinson) e Kerry (Jeremy Allen White) sfoderano abilità da lottatori in lizza per il titolo mondiale, accendendo uno scontro interno che rivela le sofferenze inferte da un padre senza amore e dignità. 

A dare vita a quest’epopea americana un cast di interpreti plasmati come sculture di muscoli, nervi tesi e ambizioni: oltre a Jeremy Allen White e Harris Dickinson, l’attenzione è tutta per Zac Efron, protagonista di una performance senza paragoni nella sua filmografia. L’attore trova con The warrior il ruolo di una vita, occasione per mostrare un talento mai così brillante. Un’interpretazione vicina alla perfezione: sotto chili di muscoli pronti a esplodere trova la sintesi in una figura umana segnata da compromessi e cortocircuiti. Il padre dei Von Erich è un contraltare subdolo ma Efron non recita mai con patetismo e nonostante sia la tragedia che Durkin cerca si riesce sempre ad evitare il patetismo esasperato.

Tutti gli attori si sono sottoposti a un intenso allenamento per vestire i panni delle leggende del wrestler americano, ma è con Efron che il film unisce dramma ed epica nei movimenti di un corpo portato all’estremo, costretto a reggere il peso delle aspettative. Il wrestling è il teatro attorno al quale Durkin gira incessantemente, riprendendo in piano sequenza gli scontri e muovendosi lentamente verso le vicende familiari, dove ferite profonde e invisibili segnano più di un pugno assestato sul volto.

Sean Durkin, qui anche sceneggiatore, firma la sua regia più riuscita, esempio di biopic che esce da se stesso per ritrovare nel racconto di una vita particolare temi universalmente riconoscibili. Non è ruffiano con lo spettatore e non chiede agli attori di forzare le espressioni per spingere un’empatia che è già tutta lì, nelle interazioni tra i fratelli, negli applausi agitati del pubblico (le scene di lotta sono state dirette all’arena Dallas Sportatorium con un vero pubblico dal vivo) e nei muscoli tesi all’inverosimile.

Alessandro Cavaggioni
01 Febbraio 2024

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