‘The Fabelmans’ di Steven Spielberg: l’orizzonte della verità

Il film – anteprima italiana alla Festa di Roma, dal 22/12 al cinema - è la storia di un bambino che si misura con uno strumento, la cinepresa, incantevole e spietato disvelatore di verità


Il treno e l’orizzonte. Il primo appartiene alla Storia del cinema – consapevolmente, qui sì, o metabolizzato dentro l’essere umano -, con l’evidente richiamo a quello dei Lumière, spaventoso per il pubblico del 1895 che per la prima volta incontrava il cinema nell’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat, e “spaventoso” anche per Sam Fabelman, protagonista/alter ego del film di Steven Spielberg; il secondo, l’orizzonte, è una prospettiva, concetto che trattiene in sé il senso del perché del cinema, che fa qui eco con i perché della vita.

E l’orizzonte di Sam Fabelman (il piccolo e espressivo Mateo Zoryon, prima; poi il diciannovenne Gabriel LaBelle), evocato espressamente da John Ford (David Lynch) quando spiega: “Quando è sul fondo, è interessante. Quando è nel mezzo, è fottutamente noioso!”, è un orizzonte che appartiene al panorama dell’esistenza, qualcosa che non è solamente da osservare, ma da affrontare, con cui confrontarsi, che è proprio della natura ineluttabile delle cose.  

È il 6 gennaio 1952 quando gli occhi del piccolo Sam Fabelman – per la prima voltaguardano, scrutano, stupiscono, spaventano, ma soprattutto s’incuriosiscono dinnanzi all’incidente ferroviario de Il più grande spettacolo del mondo (1952) di Cecil B. DeMille, lì sul grande schermo, un universo che ancora deve comprendere che confine abbia, e se davvero ce l’abbia, con la realtà, che infatti di lì a breve fa di tutto per cercare di riprodurre: The Fabelmans è uno spaccato personale (semi-autobiografico) dell’infanzia americana di metà secolo scorso, un racconto di formazione, non cinefilo in senso intellettuale e pedante, anche perché ha in sé sia lo spirito della commedia – che Steven Spielberg non frequentava da The Terminal (2004) – sia quello del dramma, vissuto nella tensione famigliare; la cinefilia c’è rispetto al ruolo che il cinema ha imposto nel Novecento, diventando parola non verbale di comprensione universale.

Dopo il primo incontro con il cinema, il piccolo Sammy, in occasione della Hanukkà, festività ebraica invernale con scambio di doni, riceve in regalo un trenino: non gli basta però poggiarlo e farlo muovere sui binari, nell’orgoglio del papà ingegnere (Paul Dano), ma – con la complicità della mamma (Michelle Williams) – riesce a riprodurre quell’incidente visto sul grande schermo, facendo così della cinepresa famigliare uno strumento di autoanalisi, necessario a capire il mondo.

La cinepresa di Sam si fa occhio ulteriore sulle cose della vita, infatti The Fabelmans non è solo la parabola personale di un signore che sappiamo essere un maestro del cinema (Spielberg, appunto), ma un occhio ennesimo, cristallino, senza sfumature edulcorate sul concetto di verità: quello che Spielberg mostra nel film non è il potere del cinema di manipolare, bensì quello di poter essere anche sguardo spietato quanto sincero; è infatti con la sua cinepresa che Sam, semplicemente spostando lo sguardo della macchina in una circostanza di leggerezza famigliare, scopre la verità, quella per cui la sua adorata famiglia – mamma Mitzi, pianista, papà Burt e le tre sorelline – non sia esattamente l’incarnazione del nucleo perfetto, e questo succede perché l’occhio artificiale, occhio a cui la vita non mette bende, disvela un dettaglio scardinante – nello specifico qui al passaggio in moviola -, in qualche modo affine all’essenza del Blow-Up di Antonioni, del vedere e non vedere ciò che è evidente, apparentemente nascosto, eppur lì palese. È solo con la motion picture, quindi, che ci si può liberare dei propri timori più intimi, e quindi il cinema può davvero permettere un’analisi di sé e del mondo intorno.

Il film – scritto da Spielberg con il Tony Kushner, Premio Pulitzer – è stato presentato in anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma, uscendo poi al cinema dal 22 dicembre, distribuito da Leone Film Group in collaborazione con Rai Cinema e 01 Distribution: ha vinto il Premio del Pubblico al recente Toronto International Film Festival.

 

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20 Ottobre 2022

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