Cosa c’è di peggio di un genitore che non riconosce la propria casa o, ancor di più, i suoi stessi figli? Il cinema ha spesso raccontato questa tragica situazione, per ultimo, il film premiato all’Oscar The Father. La regista mongola Qiao Sixue decide di affrontare senza remore questo tema anche per la sua opera prima, The Cord of Life, in anteprima italiana al Seeyousound International Film Music Festival.
Ispirato alla biografia della stessa regista, il film racconta di Alus, un giovane musicista di musica elettronica proveniente dalla Mongolia che abbandona la sua moderna vita metropolitana per andare ad aiutare il fratello maggiore nella gestione dell’anziana madre. La demenza senile della donna ha costretto il figlio, esasperato, a segregarla in una stanza, come in una prigione. Alus decide allora di accompagnare la madre, che non riesce neanche a riconoscerlo, nella casa di campagna dove è cresciuto da bambino, nelle verdi distese infinite delle praterie mongole. Qui, per evitare che la donna si perda a causa della sua malattia, decide di legarla a sé con una lunga corda, una sorta di secondo cordone ombelicale che ricongiunge madre e figlio, non solo fisicamente, ma anche spiritualmente, un tramite per la riscoperta delle proprie radici culturali ed emotive.
Il “cordone” o “corda” della vita che troviamo nel titolo non è solo un riferimento a questa fune che lega i due protagonisti, ma anche alle corde del Morin Khuur, strumento ad arco tradizionale della Mongolia, su cui Alus ha imparato a suonare, ereditando la passione per la musica della madre. In linea con il festival torinese che accoglie il film in questi giorni, la musica è un elemento cruciale di questa storia, essendo l’elemento che tiene avvinghiata, per quanto flebilmente, la madre alla realtà e, al tempo stesso, il veicolo nostalgico che porterà Alus ha una tanto agognata pace interiore.
Per questa storia struggente, Qiao Sixue si è ispirata alla sua stessa vita: al suo viaggio lontano dalla Mongolia per studiare in Europa e al suo ritorno nel luogo a cui più appartiene. “Questa è la storia di un uomo che lascia la città per trovare il significato di casa con sua madre – dichiara la regista – parla anche dei nomadi che si stabilirono in città, tornando nella prateria alla ricerca della loro città natale. I nomadi delle praterie hanno cambiato il loro stile di vita, ma il loro modo di vedere la vita e la natura è rimasto. La madre ha dato la vita ad Alus e lui sceglie di aiutarla a rinunciare alla vita per conformarsi al ciclo della natura”.
I magnifici scenari della più dispersa e rurale Mongolia fanno da sfondo a una storia che parte dal caos della metropoli e dal sound di brani dalla base elettronica, per finire con una festa tradizionale con musiche e danze dal sapore ancestrale. La storia di una famiglia, ma anche di una comunità che resiste ai margini della modernità. Come quelle pecore che pascolano con all’orizzonte gigantesche pale eoliche; o come i suoni della natura che in pochi istanti entrano in un pc e diventano musica, filtrati dalla sensibilità di un artista dentro cui vivono in armonia i suoni del passato e quelli del futuro.
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