Stefano Tummolini: week-end noir di giovani bene

In concorso al PesaroFilmFest ‘L’estate sta finendo’, ritratto della peggio gioventù


PESARO. “Volevo realizzare un film di genere, ma non troppo. Inizia come una commedia con protagonista un gruppo di giovani, per poi prendere una direzione noir”. In concorso al PesaroFilmFest, Stefano Tummolini, 44enne romano, porta L’estate sta finendo, la sua opera seconda, ambientata in un fine settimana al Circeo, dopo aver scritto con Ferzan Ozpetek Il bagno turco e avere esordito con Un altro pianeta nel 2008, anche allora una location marina, la spiaggia di Capocotta e i suoi frequentatori. Questa volta i protagonisti sono quasi tutti dei giovani bene romani, a tratti teneramente simpatici e un po’ fragili, che decidono di trascorrere un tranquillo e divertente week end al mare.
Domenico/Andrea Miglio Risi e Fabrizio/Marco Rossetti, brillanti laureandi in legge con futuro assicurato, sono i leader del gruppo; Guido/Giuseppe Tantillo è il cugino impacciato e fuori posto, ma l’unico autentico e disinteressato; Giulia/Nathalie Rapti Gomez è la bella vincente e aggressiva; Flavia/Nina Torresi è la sorella minore di Giulia, dolce e responsabile; Katia/Ilaria Giachi è la coatta che cerca disperatamente di far parte di una cerchia ristretta; Davide/Fabio Ghidoni è un musicista radical e alternativo non realizzato e infine Manuel/Stefano Fardelli è il ballerino omosessuale alla ricerca spasmodica della svolta nel mondo televisivo.

Un incidente inaspettato guasta il clima festaiolo e spensierato e rivela la natura ‘maledetta’ di questi giovani che dovrebbero essere adulti e maturi. Ne esce il ritratto di una generazione chiusa in se stessa, pronta alla menzogna e all’indifferenza. Dopo l’incidente, il gruppo rientra a Roma unito da una grande bugia collettiva, ma niente ormai è come prima. L’estate sta finendo prodotto da Film Kairós in associazione con Elido Fazi Editore, con il sostegno del MiBAC e della Regione Lazio, è in trattative per per essere distribuito a inizio autunno.

Tummolini, il suo è un film senza speranza?
Sicuramente molto amaro, ma sono molto legato a una frase di Rainer Werner Fassbinder che dice: “Non importa se un film finisce in modo pessimistico. Se espone abbastanza chiaramente certi meccanismi, così da mostrare alla gente come funzionano, allora l’effetto finale non è negativo”. Ora i film non sono la vita, la vita è più importante dei film. Se la tua opera, anche senza speranza, lascia nello spettatore il bisogno di evitare che quello che accade sullo schermo non si ripeta nella realtà, allora hai raggiunto il tuo scopo. E’ nella nostra esistenza che deve accadere il miracolo di far prevalere il bene sul male. Lo spettatore non uscirà dalla sala riconciliato, ma con un sentimento di rabbia, con la voglia di cambiare, che torna utile nella realtà.

Nessuno dei personaggi sembra salvarsi.
Domenico è l’unico che inizia questo scarto, che prende coscienza di quello che ha perduto, perché insieme al cugino Guido ha perso la parte più vera e più sincera di sé. Per quanto dolorosa, questa presa di coscienza comunque è un movimento in avanti, perché gli altri ragazzi sono prigionieri di se stessi. Anche quando si rendono conto della gravità di quanto è accaduto, non riescono mai a mettersi nei panni della vittima, ma pensano solo alle conseguenze del loro comportamento.

L’unica eccezione è rappresentata da Guido?
Il solo che riesce a guardare oltre se stesso, a essere curioso degli altri, a non giudicare prima di conoscere. E’ il meno schiavo dell’omologazione, fuori degli schemi, non si preoccupa di come si veste. Gli americani lo chiamerebbero ‘un nerd’, a Roma è ‘un soggettone’. Non dà peso alle cose che per gli altri ragazzi del gruppo sono fondamentali, primo fra tutti l’aspetto esteriore.

Alcuni di questi giovani hanno comunque aspetti simpatici.
Non volevo dei ritratti univoci, tutti noi siamo fatti di bene e di male. In fondo lo spettatore si può riconoscere o capire che può commettere gli stessi errori di questi ragazzi. Il film diventa uno specchio: attenzione perché anche tu sei così come loro.

Ho trovato il personaggio gay molto antipatico, a differenza di Fabrizio, bastardo totale, ma in fondo anche simpatico.
Manuel ha un’ego sfacciatamente esagerato e incontrollato, anche perché è un piccolo personaggio pubblico, un ex vincitore di talent show. Ma è così descritto non perché sia gay, del resto non volevo neppure essere politically correct. Quello che è in discussione di lui, come di tutti gli altri, è il suo senso etico. Con Giulia forma una coppia molto perversa, perché lei essendo la ragazza che ha tutto, vorrebbe anche quello che non può avere: l’amico gay appunto.

Inaspettatamente ne esce bene un personaggio minore come il produttore di fiction che prometteva tutt’altro.
Chi mai si sarebbe aspettato un lato umano del personaggio interpretato da Antonio Merone, con il quale mi sono molto divertito. E’ un uomo che prende la vita come un gioco, pronto a scherzare, ma è l’unico che dà un consiglio quasi umano al gay, infrangendo così il luogo comune del produttore cinico, che pensa solo ai soldi.

E il personaggio del giardiniere/Antonello Fassari?
E’ ambiguo pure lui, ha un passato un po’ oscuro, nell’omonimo romanzo viene a galla la sua parte più nera. Ha la funzione di uno sguardo impenetrabile su quello che i ragazzi fanno e diventa il depositario del loro segreto, portandosi via sul finale una traccia decisiva di quanto è accaduto.

Il film ha dunque un sequel in un libro dallo stesso titolo che uscirà in autunno con Fazi Editore.

Nel romanzo d’inchiesta, viene fuori ancora meglio quanto questi giovani rimangano vittime di quella falsa coscienza che li ha portati  a comportarsi così. La polizia chiama a testimoniare tutti i ragazzi su quanto è avvenuto nella villa e dopo un’iniziale versione collettiva e le prime contraddizioni, è un gioco al massacro, di tutti contro tutti.

Ha sempre pensato a questo finale?
Abbiamo avuto delle incertezze su come si comportava il giardiniere, ma quel finale, poi bocciato, sarebbe stato troppo spietato. Il fatto invece che si porti via quell’accappatoio ritrovato sugli scogli lascia aperte diverse ipotesi: che denunci i ragazzi o che li ricatti.

Come è nata la storia che racconta?
Un po’ per caso, quando una decina d’anni fa mi era stato proposto di scrivere un film ispirato a Nodo alla gola di Alfred Hitchcock, come parte di un ciclo di titoli collegati ad alcune opere del famoso regista e supervisionati da Dario Argento. Poi non se ne fece nulla. Così è rimasto nel cassetto questo progetto. Nodo alla gola è passato alla storia come un unico piano sequenza, in realtà è fatto di più piani sequenza. La vicenda aveva per protagonisti due ragazzi che nascondevano il cadavere del compagno di studi da loro ucciso nella cassapanca che veniva poi apparecchiata per la cena. Quando la Film Kairós mi ha cercato, ho recuperato il progetto e l’ho rielaborato. Nel mio film non c’è nessun delitto, ma è rimasto il tema della colpa e dell’incapacità di assumersela.

E di prendersi i propri carichi da parte di questi ragazzi.
Di solito i film su e per i giovani raccontano la spensieratezza, l’allegria, soprattutto se sono di ambientazione vacanziera e balneare come il mio. Mi interessava invece l’altro lato, il lato oscuro, senza insistere troppo, perché nel film le cose accadono quasi in maniera casuale, non premeditata.

E di hitchcockiano che cosa è rimasto?
Un’eco nella fotografia contrastata, ho cercato una patina un po’ retro, quasi anni ’50. E poi ho citato quella scena di Intrigo internazionale, in cui Cary Grant lancia a Eva Marie Saint una scatola di cerini per metterla in allarme del pericolo che sta correndo. Eco che si ritrova anche nella villa di Punta Rossa del Circeo, dove ho ambientato il film, che è stata costruita su progetto di un allievo dell’architetto Frank Lloyd Wright, lo stesso a cui si è ispirato Hitchcock, ricostruendo in studio la villa di Intrigo internazionale, che ha la medesima struttura di quella da me scelta. In stile organicista, con grandi vetrate e la natura che entra nella casa che si fonde con il paesaggio.

Ha voluto Theo Teardo per le musiche.
Teo semina un po’ d’inquietudine in un inizio che appare spensierato, lasciando presagire qualcosa. In altri momenti manifesta una frivolezza che in film precedenti non ha avuto, gli ho chiesto di essere ‘balneare’ forzando così la sua natura. 

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