Saverio Costanzo: “L’attore è il Dio e il regista è l’operaio”

Saverio Costanzo: “L’attore è il Dio e il regista è l’operaio”


Private (2004), In memoria di me (2007), La solitudine dei numeri primi (2010), Hungry Hearts (2014), per il cinema; In Treatment (2013-2017) e L’amica geniale (dal 2018) per la serialità televisiva: Saverio Costanzo è l’autore e il regista di queste opere, e ShorTS International Film Festival l’ha reso protagonista di una Masterclass, nel pomeriggio di oggi, 9 luglio, occasione in cui è stato anche celebrato con la consegna del Premio Cinema del Presente 2020

L’incontro è stata un’opportunità per dialogare con Costanzo “su ispirazioni e sviluppo del suo originale sguardo introspettivo di autore, che focalizza sfumature drammaturgiche espresse da corpi e anime inquadrati in contesti ‘fuori dal mondo’” – hanno spiegato Maurizio di Rienzo e Chiara Valenti Omero, co-direttori della manifestazione triestina.  

“New York fu una fortuna per me: avevo finito gli esami a Sociologia, e per fuggire alla leva, con un amico che aveva una piccola casa di produzione, usai l’esperienza della tesi per cominciare a indagare nuovi linguaggi, che allora si iniziavano a inseguire, parliamo del ’98”, inizia così il suo racconto personale dentro e con il cinema Saverio Costanzo. “Così, andai là con l’idea di fare una tesi su una comunità italo-americana, che però s’è un po’ persa, e infatti ho faticato moltissimo a trovare il tema e volevo essere un etnografo, finché un giorno entrai per caso al caffè Mille Luci, con una storia di mafia molto lunga alle spalle. Dentro questo bar c’era l’autista dello scuola bus, l’idraulico, il negoziante di dischi, e leggevano il quoditiano ‘America Oggi’: parliamo di una migrazione di terza generazione, senza una grande letteratura che li raccontasse, e allora gli ho proposto di star lì con loro, dapprima senza la mdp, e poi ho chiesto di poterli riprendere, e sono rimasto in questo bar per un anno, riprendendo la vita quotidiana e le relazioni fra di loro, per rispondere ad una tesi tra Moreno e Goffman, tra psichiatria e teatro. Loro hanno cominciato a mettere in scena il loro ruolo nel bar, non nella vita: Gianluca Nicoletti, allora direttore di Rai.it, lo acquistò per farne una docu-fiction per Internet. Fu la prima prova di docu a puntate del canale pubblico, un’intuizione di Nicoletti”. 

E poi arriva Private, opera prima e Pardo d’oro a Locarno, su cui Costanzo riflette dicendo che: “l’idea di cinema, per me che non ho molta fiducia in me, era irraggiungibile, e quindi si concretizzava nel riprendere la realtà. Perciò è nato un po’ per caso il cinema, mentre preparavo il mio primo film non avevo il coraggio di dire nemmeno agli amici più stretti che ci stavo lavorando: credo che tutta la mia osservazione partecipante sia sta una grandissima palestra, anche perché fotografia e montaggio li facevo da solo, per cui pagavo un prezzo altissimo rispetto agli errori che facevo. Non so quanto quello che faccio oggi abbia dentro quella roba lì, ma al tempo mi aiutò a fare piccoli passi”.

Con Private è cominciato il percorso che ha portato a progetti con origini letterarie, da Lacrime impure (per In memoria di me) a La solitudine dei numeri primi, poi il libro di Franzoso, Il bambino indaco (per Hungry Hearts), fino alle prime due stagioni de L’amica geniale: “Credo (il ripetersi dello spunto letterario, ndr) che abbia sempre un po’ a che fare con la sfiducia nei miei confronti: so inventare delle storie, ma è come se credessi di più a quella di qualcun altro, perché non ho avuto il coraggio di mettere in scena le mie. Forse, nascondendomi dietro una persona mi fa sentire più a mio agio, piuttosto che impormi; e poi – rubo a Kubrick – penso che leggere una storia dall’inizio alla fine ti permette di giudicarla con oggettività, che altrimenti ho paura di perdere. Naturalmente sono state storie in cui trovavo me stesso, ma non avendole scritte io mi trovavo più libero di essere me stesso”.

Storie con luoghi precisi e diversi, l’isola di San Giorgio, New York, Napoli, forse qualcosa che ha a che fare anche con il rapporto con gli attori, qualcosa che: “credo abbia molto a che fare con l’osservazione degli altri, di cui dicevo prima: sono molto curioso, passerei le giornate a osservare gli altri. Credo di trovarmi bene con gli attori per il piacere dell’autenticità. Chiaramente il rapporto con l’attore dipende da quello che racconti, io mi sento un regista di attori, non perché l’abbia pensato, ma perché mi rendo conto di esserlo più che di immagini e questa cosa ha ancora a che fare con il mio nascondersi: sul set l’attore è il Dio e il regista è l’operaio. Per questo preferisco fare un cinema non rivolto a me stesso, che fa sprigionare l’eccellenza degli interpreti: è l’idea che con la tua discrezione e energia, lui diventi protagonista”.

Dal cinema, alla serialità televisiva, Costanzo ha diretto In treatment – tre stagioni – con Sergio Castellitto e Licia Maglietta: “Onestamente, l’ho fatto per soldi: mi era nato il secondo figlio, ero in grande difficoltà, la notte che accettai piansi, perché mi sentivo di aver rinunciato ad un cinema personale. Come se avessi cambiato pelle, ed ero un cretino perché In treatment mi ha insegnato molto, cosa significhi scrivere, riuscire a lavorare su un dialogo e un testo di 30’ con atti, con prologo, epilogo, cambi di scena, c’è la drammaturgia lì, e imparare a scoprirla nell’invisibilità delle non azioni mi ha insegnato a scrivere, e poi ho desirato io di voler fare tre stagioni, girate con una puntata la giorno, massacrante ma soddisfacente”. 

Non meno dell’ultima serie, L’amica geniale, che: “Non è una cosa che ho cercato io, mi è stata offerta, perché io non mi sarei sentito in grado. Già con il libro di Paolo Giordano avevo capito che l’esperienza del best seller trasposto al cinema era, per il lettore, deludente e quindi non volevo ripetere. Però poi ho riletto Ferrante con l’occhio del regista, e mi sentivo nelle mie scarpe, ho capito che fosse un’occasione, che non potevo perderla per paura, perciò ho accettato, con molta incoscienza. La Ferrante riesce a scrivere su un asse verticale, e io mi sento vicino a questo aspetto: la tragedia greca che va a infilarsi tra il dentro e il fuori. Questa volta, però, ha preso l’asse verticale, con le stesse caratteristiche, e l’ha messo sull’asse orizzontale, trovando così l’epica, e io mi sono sforzato di fare la stessa cosa, per rimanere tragico e profondo, senza infilarmi mai sotto l’acqua, laddove non tutti riescono a vedere, precludendo l’attenzione di moltissime persone, errato nel cinema”. 

Infine, Costanzo, confida di essere: “stato felice di Hungry Hearts nella mia carriera, perché come tornare a fare l’opera prima. Eravamo Alba (Rohrwacher) ed io insieme, come se il primo film l’avessi fatto da solo e questo con lei, senza mezzi, fatto con 400mila euro, e con me che mi sono caricato i divani sulle spalle, facendo l’operatore di macchina per avere un contatto diretto, e allora la sensazione era quella di ricominciare, mi ha dato un senso di grande vitalità. Mi auguro quindi di avere sempre la forza di ricominciare dalle mie necessità, un atteggiamento che credo di essermi portato anche sul lavoro della Ferrante. Spero così di continuare a far parlare una voce che non controllo, che però sono sempre io”. 

09 Luglio 2020

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