Sara Serinelli: “Il mio esempio? Phoebe Waller-Bridge”

Il suo corto, 13 a tavola, gioca sulla superstizione con calzante capacità di sintesi nella narrazione. Tra i film brevi in Concorso al Tropea Film Festival, la regista 28enne lo racconta


TROPEA – Il “famigerato” numero 13 dei commensali seduti ad un tavolo è davvero una scaramanzia che tutti vogliono rispettare?

Sara Serinelli, 28 anni, nata a Como e di origini salentine, vive e lavora a Milano, facendo “spola” con Parigi, dove s’è stabilità qualche anno per approfondire lo studio e la pratica del cinema. Il suo cortometraggio, 13 a tavola, 4 minuti di calzante capacità di sintesi nella narrazione e ispirato a “fatti successi nel profondo Salento”, è tra quelli nel Concorso dedicato al Tropea Film Festival

Sara, il tuo debutto assoluto dietro la macchina da presa è stato con 13 a tavola: quando e come arriva l’arte della regia nella tua vita, e cosa di questo linguaggio hai compreso appartenere alle tue corde?

 13 a tavola è il primo corto che mando ai festival, in passato ne ho realizzati altri, ma tenuti per me, vissuti più come esercizi. Nel 2021 ho scoperto il campus di filmaking CinemadaMare, partecipando per un mese e mezzo, iscrivendomi come attrice e montatrice, avendo sempre fatto teatro e essendo autodidatta nel montaggio. Poi, una volta lì, mi hanno spinta a provare anche altro, così ho provato e sin dal primo anno ho potuto misurarmi con due corti; ho iniziato a pensare che avrei potuto mettere in scena le mie idee, non solo interpretare o assemblare quelle di altri. Così ho cominciato a scrivere e l’anno successivo sono tornata al Campus, realizzando tre corti, concentrandomi un po’ di più sulla scrittura, anche se non mi considero una sceneggiatrice. 

Da autrice under 30, come stai lavorando per cercare di tenere alta l’asticella, per trovare il tuo posto nel mondo (del cinema)?

È una domanda grossissima perché ancora non ho precisamente capito quale sia il mio posto nel mondo, anzitutto. Però, questo corto, 13 a tavola, è stato girato a Roma, perché ho molti più amici filmmaker lì o a Parigi, che non a Milano, infatti mantengo ancora la finestra aperta sulla Francia, potrei anche tornarci. Adesso sto lavorando in produzione a Milano e nel mio quotidiano guardo film e serie tutti i giorni, cerco di scrivere con continuità, cerco di mantenermi in allenamento in questo modo, non avendo mai frequentato accademie o scuole di cinema, e sicuramente sui set si impara tantissimo, come dal piccolo set del mio corto. Sono molto per il ‘fare’. 

Parliamo di talento: non tutte le persone che praticano un’arte lo possiedono; il talento è una virtù innata, da coltivare, ma che nessuno ti insegna. Tu hai compreso cosa significhi ‘avere la stoffa’, cosa sia ‘il talento’ appunto?

 È qualcosa che ‘senti nelle ossa’, si manifesta con la necessità di voler proprio raccontare o mostrare, e sai perfettamente come vuoi farlo; questo corto è stato per me illuminante, per esempio rispetto a tutti i riferimenti pittorici, che non sono certa si possano cogliere puntualmente magari perché non mimati alla perfezione, ma tre/quattro inquadrature corrispondono ad altrettanti dipinti di Caravaggio. Il talento è difficile da spiegare ma… è qualcosa anche di istintivo, poi naturalmente si può studiare, affinare le tecniche: io studio sempre perché, appunto per non aver studiato espressamente, sento di dover quasi un po’ compensare così. Però, se tu hai un’idea, e capisci di sapere come comunicarla e come realizzarla, questo è riconducibile al talento: farsi comprendere non è da tutti. 

Poter far circolare il proprio film nei festival, quindi mostrarlo a un pubblico, sempre nell’ottica dell’essere ‘una debuttante’, che valore pensi possa avere per la crescita e la carriera?

È molto importante. Nel mio caso è anche un fatto di autostima, avendo imparato tutto da sola: mostrare a qualcuno che non sia un tuo amico o la tua famiglia, è qualcosa di eccitante perché sì ho realizzato qualcosa, ma addirittura la sta guardando qualcuno che non mi conosce. Quindi, nel momento in cui hai una critica – brutta o bella che sia -, ma da una persona che non conosci, è qualcosa di davvero importante, rispetto magari al non aver nessun riscontro. Una critica, un parare, permettono di crescere.  

Per il mestiere di regista, hai affrontato un percorso di studi specifici o sei autodidatta, hai imparato sul campo?

Sì, ho imparato sul campo. Ho affrontato degli studi cinematografici, ma molto generali, con un master internazionale in tre diverse università: Birkbeck Institute di Londra, l’Université Paris Nanterre, dove sono poi rimasta per un tirocinio in post produzione perché interessata al montaggio, e la Cattolica di Milano. Parigi, poi, è a misura di cinefilo: la mia ‘scuola’ lì sono stati i tanti cinema a tutti gli angoli delle strade, la possibilità di entrarci sempre e a piccoli costi, e poi la possibilità di stare su tanti set. La Francia, per il cinema, stimola molto i giovani: infatti, sono tornata in Italia l’estate scorsa, finito un contratto e un po’ spinta dalla crisi economica del Paese, però lì ci sono anche regimi lavorativi, come ‘l’intermittente’, simile ai nostri freelance ma con la disoccupazione, e questi sono incentivi, così come l’opportunità di tantissimi bandi, più accessibili, più pubblicizzati, e ancora tantissimi ritiri per la sceneggiatura. In Italia ci sono, ma sono pochi e poco pubblicizzati.  

Hai un immaginario di riferimento?

 Per 13 a tavola ho avuto un riferimento molto religioso e poi ammiro molto la pittura, Caravaggio è stato il mio primo riferimento e poi qui mi sono ispirata anche alla scena del pranzo di Amarcord di Fellini. Però, in generale, mi ispiro tanto alle personalità: dal 2020 sono una grandissima fan di Phoebe Waller-Bridge, autrice di Fleabag; è un genio perché ha saputo portare se stessa sulla schermo e penso che per una ragazza sia un buon esempio di riferimento, vorrei cercare di seguire un po’ le sue orme, anche perché sono molto ironica e autoironica, non amo troppo i drammi o l’eccesso di romanticismo, sono romantica ma mi piace di più mettere in luce il lato… sfigato delle persone, lo trovo molto più umano. 

13 a tavola è il corto che presenti al festival di Tropea: in breve, come nasce, cosa racconta, che esigenza artistica esprime?

 Nasce da un bando francese del Nikon Film Festival, che si tiene ogni anno in Francia ma è di respiro internazionale: viene proposta una tematica e nell’edizione scorsa era quella del ‘13’, perché era la tredicesima edizione. Essendo io in quel periodo a CinemadaMare ho chiesto alla tavolata potentina cosa ne sapessero del non sedersi a tavola in 13: non conoscevano questa usanza, solo i francesi presenti. Così ho pensato potesse essere ironico raccontarlo: mi piacciono molto anche le storie non parlate, infatti all’inizio il corto era pensato senza dialogo, ma la difficoltà sarebbe stata tanta, quindi ho messo quello minimo indispensabile, infatti ci ho messo tre mesi a scriverlo. 

Il cinema italiano presente che opportunità dà ad una giovane regista, e quali difetti invece avverti, che potrebbero essere migliorati proprio per il futuro della tua generazione?

 In riferimento a miei coetanei francesi, riconosco che la Francia dedichi molti più fondi proprio ai giovani, c’è la CNC a cui ‘banalmente’ puoi sottoporre la tua sceneggiatura e se la reputano interessante ti offrono un periodo ‘tra le montagne, con questo tal sceneggiatore: parti, scrivi il film, poi vediamo…’. Cose così in Italia mancano, anche per questo sto continuando a domandarmi se restare o tornare là. L’Italia è forte se si parla di registi consolidati, sono davvero grandi, ma non per i giovani: penso a Giacomo Abbruzzese, autore di Disco Boy, che però è stato prodotto e realizzato in Francia. Sono una grande sostenitrice del cinema italiano e mi dispiace l’ipotesi di dover andar altrove ma… sono tornata a più riprese a Parigi, infatti, non temo di fare salti nel buio, ma è un po’ stancante perché ogni volta è un po’ come ripartire da zero, o quasi. Va benissimo rimboccarsi le maniche, ma un po’ ci penso all’avere 28 anni… .

E – proprio pensando alle opportunità – la grande produzione di serie, i prodotti di e su piattaforma, lo sono davvero?

Prendendo sempre come esempio Phoebe Waller-Bridge, lei è partita dal teatro, poi è stata notata e le è stato chiesto di adattare il suo One Women Show in serie tv: secondo me la serialità, se sfruttata a dovere, può dar tanto; il racconto seriale ha sempre fatto parte delle nostre vite, certo adesso sono più fruibili e accessibili, ma – se fatti intelligentemente – possono diventare ‘cult’. La serialità s’aggiunge come opportunità ulteriore di ‘fare cinema’, più formati ci sono meglio è, però sono contesti efficaci se sfruttati davvero bene, e comunque può essere anche un’opportunità di esercizio estetico, perché no? E poi penso che ormai la serialità non sia così tanto evitabile, e siccome c’è… perché non provare? Sempre cercando di non tradirsi. 

Progetti per il futuro.

Sto lavorando full time in produzione a Milano, per spot, clip e anche cortometraggi. Vorrei avere più tempo per fare cose mie, anche perché ho un’idea, forse un po’ difficile da realizzare, come mi succede spesso, comunque sto cercando di portare avanti il progetto di un altro corto, sempre considerando anche tutte le variabili produttive dei vari luoghi a cui possa far riferimento. 

Nicole Bianchi
30 Giugno 2023

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