Perché così pochi italiani nelle giurie dei grandi festival?

Nessun premio per l'Italia al Festival di Cannes, ma anche nessun italiano nelle giurie. Ne parliamo con Paolo Mereghetti, Francesca Comencini, Francesca Cima, Giona Nazzaro e Catia Ros


Al Festival di Cannes il cinema italiano era ampiamente rappresentato da tre film, Rapito, La chimera, Il sol dell’avvenire, in corsa per la Palma d’oro. Non altrettanto si può dire per le giurie, dove l’Italia è stata totalmente ignorata. Nessun nostro rappresentante è stato chiamato a giudicare i film del concorso principale, ma non c’era nessun italiano neppure nelle giurie di Un Certain Regard, Semaine de la Critique, Caméra d’or, Cortometraggi, Queer Palm. Insomma per un totale complessivo di 35 giurati, l’Italia ha brillato per assenza.

Benché si tratti di un fatto curioso, e per certi versi inspiegabile, la scarsa rappresentanza italiana nelle giurie dei grandi festival non è una novità. A Cannes era già successo nel 2021 ed anche nel 2018, come è accaduto, sia quest’anno, sia nel 2022, al Festival di Berlino.

Per Paolo Mereghetti, critico de Il Corriere della Sera ed abituale frequentatore di festival: “E’ evidente una difficoltà a relazionarsi e dialogare con i rappresentanti delle istituzioni straniere per difendere i nostri interessi. Non c’è dubbio, infatti, che poter contare su una presenza nazionale nelle giurie è determinante nell’assegnazione dei riconoscimenti. Lo dimostra proprio l’esperienza di Cannes 2023, dove sono stati premiati dei film che non valevano un decimo dei nostri. Sarei curioso di verificare cosa succederebbe se quest’anno Alberto Barbera non prevedesse una presenza francese nella giuria del concorso alla Mostra di Venezia”.

“Non c’è dubbio – afferma dal versante degli autori Francesca Comencini, neopresidente dei 100 autori – della necessità di fare sistema, lottare per sostenere l’industria culturale, allargare l’accessibilità ai giovani talenti. Si tratta di un impegno da svolgere tutto l’anno: in questo senso le giurie sono importanti, ma ancora di più lo è la partecipazione delle nostre opere ai grandi festival e, al di là della delusione per l’assenza di premi, Cannes 2023 ha confermato il prestigio della nostra cinematografia”.

“Non credo – è il parere della produttrice Francesca Cima – che la scarsa presenza di rappresentanti italiani nelle giurie sia conseguenza di un ostracismo politico nei confronti del nostro cinema. Più realisticamente il fenomeno deriva dal fatto che anche nella composizione delle giurie ormai sia privilegiato il glamour. Così sono state cancellate le presenze di critici, studiosi, produttori, distributori; con una battuta direi tutte le persone difficili da vestire, per dar spazio ai nomi più celebrati e popolari: attori, attrici, registi da far sfilare sul red carpet. Forse il cinema italiano, caratterizzato da uno star system più autarchico, è meno popolato di volti internazionalmente glamour rispetto ad altre cinematografie. Il risultato è che le decisioni delle giurie sono sempre più incomprensibili. Mancando personalità che hanno studiato il cinema, che lo realizzano o lo distribuiscono, voglio dire persone che di fatto hanno una conoscenza più ampia e complessiva di questo mondo, le scelte delle giurie privilegiano i contenuti, il politicamente corretto, penalizzando le qualità dell’estetica e del linguaggio cinematografico”.

“Comporre una giuria non è affatto semplice: io ci perdo il sonno”, confessa Giona Nazzaro nella veste di direttore del Festival di Locarno. “Si tratta – prosegue Nazzaro – di individuare cineasti che, come Bernardo Bertolucci per citare l’esempio più illustre, siano in qualche modo anche dei cinefili, ovvero generosi e curiosi nei confronti dei film altrui. Forse in questo senso gli italiani sono un po’ meno disponibili, perché più distratti, generalmente più concentrati su se stessi. Credo che perfino i programmatori italiani dei festival abbiano qualche difficoltà a ingaggiare nostri rappresentanti”.

Una cosa è certa: la scarsa presenza italiana nelle giurie dei grandi festival penalizza la diffusione internazionale del nostro cinema, come spiega Catia Rossi, direttrice delle vendite internazionali di Vision: “Un premio fa la differenza: è un incentivo alla vendita e alla distribuzione di un titolo sui mercati stranieri. Senza contare che molti contratti che si chiudono prima della partecipazione di un film ad un festival, prevedono ulteriori benefit a favore del venditore nel caso di conquista di questo o quel riconoscimento. Si tratta di benefit di cui recentemente, grazie al Premio della Giuria ottenuto lo scorso anno a Cannes, ha goduto Le otto montagne. Insomma poter contare su giurati che difendano e sostengano le nostre opere non è solo una questione di prestigio, ma coinvolge anche aspetti economici”. 

Franco Montini
31 Maggio 2023

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