Paolo Ruffini per San Patrignano: “l’essere umano ha inventato il cinema perché può migliorare la qualità della vita”

SanPa Cine Lab, laboratorio di cinematografia sperimentale diretto dall’artista livornese, ha visto nascere il film breve 'Sospesi', interamente realizzato da alcuni ospiti della Comunità: il racconto di Ruffini e di alcuni protagonisti a #Giffoni54


GIFFONI – “Sospesi” vuol dire “portati in alto”: “per un attimo è come se una grande mano ti alzasse in un altrove e tutte le persone di San Patrignano sono come in un altrove alla ricerca di una linea”, così Paolo Ruffini, responsabile del progetto SanPa Cine Lab, laboratorio di cinematografia sperimentale, in anteprima a #Giffoni54 racconta il titolo e l’essenza del cortometraggio (36 minuti), interamente realizzato da alcuni ospiti della Comunità.

Ruffini racconta SanPa come “un posto in cui persone con problemi di dipendenze – e non solo – vanno lì per trovare la barra e l’amore per se stessi. Nel gennaio di quest’anno, uno sparuto nucleo di loro, 28 persone (su 796 ospiti complessivi) riesce a lavorare sul cinema: si formano due classi, attori e pensatori, che scrivono storie di vita vissuta e immaginata, e i primi di giugno giriamo in corto; tutti… i ruoli sono stati coperti dalle persone che vivono e sono in percorso lì. Sospesi è un esempio di come si possa fare cinema in posti complessi: il cinema non riesce a salvare il cuore, ma lo migliora”.

Sospesi si mostra in bianco e nero, e mostra degli spaccati di quotidianità della vita comunitaria, dal lavoro a contatto con la Natura nelle vigne, al processo – altrettanto naturale – di un possibile innamoramento ma, non meno, lascia spazio anche alle voci “interiori”, alla coscienza che prende anche la forma della speranza e la simbologia del super eroe, che può sembrare favolistico, dunque impossibile, e invece è qualcosa che non solo non sta fuori da sé, ma è dentro di te. Ruffini, precisa siano “quattro storie d’amore incrociate, il cui filo comune è il pensiero per cui ‘ti amo talmente tanto che ti insegno ad amare te stesso’, un’idea viva nella Comunità. L’unica cosa che può salvare il mondo è l’amore e questo film racconta questo: è un film dove è stato strizzato tanto cuore, per cui non va guardato solo con gli occhi, perché non sono professionisti, ma l’hanno fatto davvero col cuore”.

Sospesi, nelle voci, nei pensieri, insomma nell’espressione dell’anima dei protagonisti, sin dai primi istanti sul grande schermo srotola – e dunque condivide con il pubblico – umori e sentimenti mastodontici, fragilissimi, delle vere e proprie questioni esistenziali: “da quando non riesco più a sognare dormo pochissimo, che senso ha dormire se non sogni più?”, si chiede uno di loro; a cui fanno eco altre parole che toccano le corde dell’umano: “sono come una piscina svuotata, lasciata arida” ma “impara dagli errori, loro non si arrendono mai”, è l’idea di un altro. Ricorrono il senso di colpa, il sentirsi fuori luogo, ma anche la lucidità di “scegliere da che parte stare”, seppur sia davvero difficile se “non mi ha mai voluto bene nessuno” o se “mi hanno mollato tutti, succede sempre prima o poi”, però l’ironia – spesso salvifica – non manca, e infatti “ci può essere Kiss me Licia anche a San Patrignano”, ma molta strada c’è da percorrere se non hai dubbi e di te stesso affermi: “sono una bestia… sono un mostro”.

Sono decine e decine questi pensieri, queste voci interiori che cercano ossigeno, e proprio Ruffini racconta che “quando ho cominciato a fare il Lab, uno di loro mi ha detto ‘voglio fare l’attore per avere ancora dignità’: il cinema ci aiuta a migliorare il nostro essere umani perché migliora la realtà; il cinema è tutto finzione ma qui è anche molto verosimile. Siamo in un momento storico in cui molto sembra falso: il cinema è l’unico posto in cui è bella anche la guerra, perché non è vera. Ecco perché l’essere umano ha inventato il cinema, lì può essere davvero umano, perché può migliorare la qualità della propria vita”.

Il Lab, dapprima, ha preso forma perché a SanPa “ci sono persone un po’ più adulte, responsabili e educatori, che hanno scelto le personalità più adatte per il corso di cinema. Da parte mia, responsabile del corso, ho ricevuto una fiducia che spero di essermi meritato”, aggiunge Ruffini, che precisa quanto “il corso era anomalo, perché prevedeva la presenza di femmine e maschi insieme, qualcosa non sono permesso in Comunità, dove l’obiettivo è che non dialoghino tra loro perché possano concentrarsi su se stessi: infatti, innamorarsi lì dentro è un casino, un meraviglioso casino!”.

Sospesi, a Paolo Ruffini, “ha restituito l’amore per il cinema, che rischia di essere un po’ routine, mentre loro mi hanno dato il senso della solidarietà; che non bisogna sentirsi mai meglio di nessuno: qualcosa che non ritrovo più fuori da lì è l’umiltà, un valore molto acceso dentro San Patrignano. Ho imparato di nuovo cosa voglia dire fare un progetto tutti insieme, perché lì c’è il noi e non l’io”.

Con Ruffini, a #Giffoni54 ci sono Lorenzo Lecher (17 anni), Milo Papi – nel ruolo di Bear, Olesia Agnese Zavaroni, tra gli interpreti, con loro Valentino Pigliapoco – dop e Elena Carnaroli – segretaria di edizione. Lecher racconta che “a differenza di altri non sono stato lì per dipendenze ma per problemi famigliari, ma dal 5 luglio 2024 sono a casa e qui con me c’è mia mamma: sarebbe stato impensabile questo film, questo giorno, e io ti amo un sacco, mamma!”; parole dal cuore puro di un adolescente, che però, consapevole del film, del senso del racconto, si concentra poi sulla scelta della fotografia in bianco e nero e dice che “scegliendo il b&n abbiamo voluto focalizzare il contenuto, più che quello che lo circondava. Paolo piange spesso, s’è sempre commosso, qualcosa di raro per me, ma poi ho visto il suo Perdutamente, sull’ Alzheimer, e lì ho pianto, dopo tanto tempo: lo ringrazio per questa emozione ritrovata”. Infine, Lorenzo, ricordando Diana, cagnolona anche lei protagonista del film, fa una sorta di appello animalista, perché a SanPa ci sono almeno altri “60 cani da adottare: aspettano una famiglia!”, afferma con un’empatia che non è nemmeno “comprensibile” da chi non abbia vissuto la finezza emotiva di un’esperienza umana tanto intima.

Milo Papi, infine, non fa giri di parole e dice che “sospesi siamo noi, che entriamo in comunità perché siamo senza una retta via. Io sono entrato a San Patrignano perché non sono riuscito a tenermi quello che mi ero creato, e il film mi ha restituito molto. Io sarei diventato davvero il Bear che interpreto, se non avessi alzato la mano per chiedere aiuto. Non sarei mai riuscito a parlare con un microfono – come succede ora -, ma facendo questo film ho capito si possa fare tutto nella vita e invito tutti a non lasciare niente in sospeso: fatelo!”.

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