‘Michael Douglas, il Figliol Prodigo’: a Cannes, il doc inedito di Amine Mestari

Per completare l'omaggio del Festival, oltre alla Palma d’oro alla Carriera, un racconto biografico in prima persona, prossimamente su Arte


CANNES – Una parabola del Vangelo secondo Luca 15,11-32, quella conosciuta come “del figliol prodigo”: uno spunto deciso per il titolo di un racconto biografico attualissimo, non certo religioso, ma spirituale nell’emotività sicuramente, una scelta che non passa inosservata e riflette dell’espressione il senso più ampio, in riferimento a chi non segue le aspettative di colui che lo ha iniziato alla vita o alla carriera; non tralasciando il senso dell’alleanza tra passato e presente. 

Douglas. Kirk e Michael, per cui senza il primo non esisterebbe il secondo, e non solo per una questione puramente biologica, ma perché la storia del figlio è indissolubilmente intrecciata all’esistenza di una leggenda, suo padre.

Michael non aveva il sacro fuoco della recitazione in sé, lo ammette lui stesso nella narrazione in prima persona, ma quando al college fu chiamato a decidere quale specializzazione intraprendere, ed era senza dubbio indeciso, senza un’idea precisa, in quel momento in cui il soggetto dominante era la cultura hippie, scelse “teatro”, perché sua madre era un’attrice, suo padre anche, così – semplicemente – gli pareva sarebbe potuto essere “più facile”

Kirk è il protagonista di un’ampissima parte del documentario inedito Michael Douglas, le Fils Prodige di Amine Mestari, nella selezione di Cannes Classics 2023, e in fondo la sua presenza corre come costante sottotraccia per tutta la narrazione: tanti i “prodigi” di quest’uomo, la longevità dei suoi 104 anni (1916-2020); l’essere stato attore e produttore da Il grande campione (1949) a Spartacus (1960 di Stanley Kubrick), per citare due caposaldi; e la presenza nel parterre delle più grandi star della Storia del Cinema statunitense, secondo l’American Film Institute. 

Certo, non è facile essere il figlio di questo padre. Soprattutto a Hollywood.

Un padre è un abbraccio ma un padre può essere anche un’ombra, suo malgrado e non sempre per espressa intenzione, ma Michael, da quella di suo padre, ha impiegato tempo e fatica per emergere sulla via di una sua propria luce.

Quella di Michael Douglas (nato nel ’44), poi star a sua volta, attore e produttore come suo papà, è stata un’esistenza tanto dorata quanto tormentata: nel corso della carriera ha dovuto accettare la loro somiglianza per affermare la propria differenza.

Il documentario di Amine Mesta, prodotto da Folamour e prossimamente in onda su Arte, è un’anteprima connoise, a corredo della consegna della Palma d’oro alla Carriera, e dell’incontro di cui l’attore e produttore è chiamato a essere protagonista, domani (17 maggio).

Quella di Douglas, comunque, proprio per il suo “tonante” cognome, asseribile a Minnelli o Ginzburg, non s’annovera nella comune rosa dei “figli di”, ma ha un’architettura artistica, e soprattutto personale, più complessa. È la storia del figlio di “un eroe”, ma Michael – nella professione dedicata al cinema – ha saputo comunque trovare una propria identità, e non un surrogato: è stato, tra le altre, produttore di Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) di Miloš Forman, tanto che lui stesso preferì Jack Nicholson al padre, atto probabilmente necessario anche a fendere il cordone artistico.

La storia dei Douglas, almeno secondo le cronache ma anche sulla base del racconto che Michael fa in camera in questo documentario, rimane comunque una storia d’amore parentale e filiale intatta.

Seppur Michael abbia avuto la personalità di uscire dal cono d’ombra e catturare in prima persona la luce del cinema, come attore bisogna aspettare la prova in Wall Street (1988) di Oliver Stone, una consacrazione, che ha reso evidente il talento drammatico in un’interpretazione che gli ha fatto conquistare l’Oscar come Miglior Attore Protagonista, premio che suo padre non ha mai vinto. È da Gordon Gekko in poi (il personaggio del film) che Michael Douglas si afferma come interprete rispettato.

Poi, la vita, non quella delle luci della ribalta ma quella reale, certamente nel tempo l’ha messo a confronto con problemi di dipendenze prima e con il cancro poi, strumenti di rallentamento della carriera.

Il documentario di Armine Mestari alterna con saggezza annotazioni su Douglas raccolte dallo stesso autore, documenti d’archivio e sequenze cinematografiche, accanto ad un’aneddotica spesso ironica: una scelta di racconto che ha messo in secondo piano l’analisi della recitazione, preferendo una narrazione biografica meno analitica e più epidermica, quanto visiva: nello sguardo di Michael non raramente sembrano riflettersi i ricordi che rievoca, pare non lo lasciandolo emotivamente impassibile.

Nicole Bianchi
16 Maggio 2023

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