Mario Martone: “Scarpetta, patriarca amorale e la tribù del teatro”

In concorso alla Mostra, applauditissimo, Qui rido io di Mario Martone con Toni Servillo nel ruolo di Eduardo Scarpetta, al centro di una tribù tra teatro e vita


VENEZIA  – Il film più maturo e compiuto di Mario Martone, Qui rido io, in concorso a Venezia 78, accolto con calore sincero dai giornalisti in conferenza stampa e alle proiezioni. La vicenda raccontata in forma di commedia è quella di Eduardo Scarpetta (1853-1925) e della sua tribù di teatranti, figli, legittimi e naturali, tra cui Eduardo De Filippo, la Napoli ‘milionaria’, del teatro e della canzone, il processo intentato da Gabriele D’Annunzio per plagio, quando Scarpetta osò parodiare La figlia di Iorio. L’intreccio continuo di arte e vita, con il camerino che è un prolungamento della casa e le camere da pranzo e da letto dove la rappresentazione prosegue. Il patriarcato con la sua amoralità spietata, ma anche la trasmissione di un sapere e di un potere che farà nascere un genio come Eduardo De Filippo e la sua straordinaria poetica.

E poi Toni Servillo, in un’interpretazione che lascia un segno indelebile, ma l’assolo è inserito nel perfetto concertato della messinscena corale con gli altri interpreti: Maria Nazionale, Cristiana Dell’Anna, Iaia Forte, Antonia Truppo, Eduardo Scarpetta (che discende direttamente dalla dinastia artistica degli Scarpetta, bisnipote di Vincenzo e figlio di Mario). E poi Roberto De Francesco, Lino Musella, Paolo Pierobon, Gianfelice Imparato. Tutti al servizio di una costruzione impeccabile (fotografia di Renato Berta, montaggio di Jacopo Quadri, costumi di Ursula Patzak, scene di Giancarlo Muselli e Carlo Rescigno) che afferra lo spettatore e non lo molla per due ore, neanche un attimo. Presi come siamo dentro un vortice di vitalità, energia, contraddizioni. Dietro le quinte della creazione artistica.

Il film, tra le altre cose, ci avvicina ai sentimenti del piccolo Eduardo, nato dalla relazione con la nipote della moglie di Scarpetta, Luisa De Filippo, un rapporto doloroso col padre, che chiamava zio e che lo spinse al sodalizio indissolubile con i fratelli Titina e Peppino. “Per tutta la vita – ricorda Martone, che lunedì 13 parte con le riprese di un film ambientato a Napoli, Nostalgia, da Ermanno Rea, con Pierfrancesco Favino – Eduardo De Filippo non volle mai parlare di Scarpetta come padre ma solo come autore teatrale. Quando suo fratello Peppino lo ritrasse spietatamente in un libro autobiografico, Eduardo gli levò il saluto per sempre. E poco prima di morire, quando un amico scrittore gli disse ‘Ormai siamo vecchi, è il momento di poterne parlare: Scarpetta era un padre severo o un padre cattivo?’. La risposta fu solo questa: Era un grande attore”. 

Per Toni Servillo, che è protagonista anche del film di Paolo Sorrentino E’ stata la mano di Dio, “Scarpetta è come un animale, la sua brama di vivere lo porta a predare le donne, il teatro, le tournée, i testi, in uno scambio continuo tra vita privata e palcoscenico. Questo affresco dimostra di quanta vita sia fatto il teatro e quanto teatro ci sia nella vita”. Prodotto da Indigo con Rai Cinema e Tornasol, Qui rido io arriva in sala il 9 settembre. 

Martone, la prima scintilla di questo film è nata con l’allestimento del Sindaco del Rione Sanità, portato a teatro e poi al cinema?

Sì, mi aveva colpito quanto fosse importante il tema della paternità negata in quel testo di De Filippo come anche in Filumena Marturano. Con Ippolita Di Majo abbiamo iniziato a pensare che c’era un mistero che si poteva affrontare, parlando di una tribù straordinaria con al centro un genio del teatro, un patriarca amorale, che spinto dalla sua fame di riscatto e di rivalsa, si era innalzato oltre il limite, tanto da far scrivere sul muro della propria villa ‘Qui rido io’.

Che uomo era dunque Eduardo Scarpetta?

Una figura mitologica e primordiale, aveva avuto figli con la moglie, con la sorella della moglie e con la nipote della moglie, li fece studiare tutti, maschi e femmine, e diventarono tutti attori, Eduardo De Filippo divenne il genio del teatro italiano che sappiamo. Scarpetta era un divoratore, aveva divorato Pulcinella, il Teatro San Carlino dove ha visto morire Antonio Petito, e divorava la vita, i figli che non avranno mai il suo nome e la sua eredità, ma a cui trasmette misteriosamente il seme potentissimo della creatività. In tutto questo c’è anche molto dolore. Cosa potevano vivere queste donne, questi figli? Abbiamo provato a immaginarlo. Pensiamo, ad esempio, che tutti i suoi figli, legittimi e non, dovevano interpretare a un certo punto della loro infanzia Peppeniello di Miseria e nobiltà, che alla fine della commedia abbraccia il suo vero padre, Felice Sciosciammocca, cioè appunto Scarpetta. In questo c’è qualcosa di inconsciamente sadico.

Napoli è al centro della narrazione, anche con la canzone napoletana di cui il film fa largo uso.

A fine Ottocento Napoli ha una potenza incredibile con il teatro, il cinema che sta nascendo. I fratelli Lumière la filmano nel 1895 e sono le immagini che si vedono all’inizio del film. Elvira Notari, regista e produttrice, è napoletana. Qui rido io è un romanzo corale, con una città sullo sfondo, con tanti personaggi. E’ scritto come una commedia, come il teatro di Eduardo De Filippo. La musica è parte della scenografia di questo film. Come in Noi credevamo con le opere di Verdi, Napoli è evocata dalle sue canzoni, in un viaggio sentimentale, perché alcune canzoni non hanno niente a che vedere con Scarpetta. La nostra città fa del canto una maschera per gettarsi nella vita.

Un romanzo corale con al centro un attore gigantesco come Toni Servillo.

Il personaggio di Scarpetta mi dava l’occasione di lavorare con Toni, che conosco da sempre: questo film ci aspettava da 40 anni. Abbiamo iniziato insieme, con il teatro d’avanguardia, con i testi di Enzo Moscato. 

Come avete integrato con Ippolita Di Majo documentazione e invenzione?

Ci siamo basati su tanti testi, dall’autobiografia di Scarpetta a quella di Peppino De Filippo fino ai documenti del processo. Ma con libertà. Per esempio i fratelli De Filippo erano più piccoli durante il processo. Invenzione e documentazione si tengono in equilibrio.

Chi sono i nemici di Scarpetta?

Sul piano storico c’è la nuova generazione di autori come Salvatore Di Giacomo, Roberto Bracco e Libero Bovio, tutti testimoniarono contro di lui al processo. Ma il discorso si allarga perché ogni artista che invecchia sa cosa vuol dire sentirsi superato. Ogni gesto artistico è destinato a essere scavalcato. E questo riguarda la vita di ciascuno di noi. 

Tra i nemici c’è anche il figlio Peppino.

Peppino De Filippo venne abbandonato per cinque anni quando era molto piccolo. Scriverà anche un libro su questo, Una famiglia difficile, di cui suo fratello Eduardo non fu contento.

Perché Scarpetta decide di sfidare D’Annunzio?

Per hybris. Perché è il più grande poeta d’Italia. L’incontro con il Vate è raccontato da Scarpetta nella sua autobiografia, come noi lo mostriamo nel film. E’ un incontro ambiguo perché non si capisce se D’Annunzio autorizzi la parodia de La figlia di Iorio, e in effetti non la autorizza. Quando poi il testo viene portato a teatro, improvvisamente il pubblico si rivolta contro Scarpetta e da lì comincia l’incrinatura. Ci interessava questa malinconia, fino alla scena del processo, l’ultima grande recita in cui vince la sua battaglia ma inizia la sua depressione. A suo favore ci fu la perizia di Benedetto Croce che, con la sua statura, mise le cose in ordine, decretando che quella di Scarpetta era una parodia e quindi qualcosa di infinitamente piccolo. Ma questo lo umiliò.  

La contrapposizione tra commedia e tragedia è sempre presente nella nostra cultura.

Siamo in una fase molto diversa, però esiste tuttora questa dialettica. Su quali argomenti si può scherzare, quanto si può scherzare. Le cose cambiano sempre, il teatro è in movimento: in futuro, quando alcune questioni sociali saranno messe a posto, sarà ancora diverso.

I personaggi femminili sono qualcosa di più di un necessario controcanto. 

Erano donne atipiche – risponde Ippolita Di Majo – in una situazione patriarcale come era in quel tempo e come in parte è ancora, sono tutte donne che lavorano e studiano. La figlia Maria sarà drammaturga, Titina diventerà una grande attrice. La moglie Rosa gli tiene testa e si autodetermina.

Parliamo di paternità – aggiunge Martone – ma qui c’è anche la maternità. C’è un patriarcato terrificante e implacabile, poi però c’è anche la forza delle figure femminili, una sorellanza che queste donne mettono atto per gestire la situazione.

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