‘Kursk’: Vinterberg e la tragedia del sommergibile affondato

Il film di Thomas Vinterberg con Matthias Schoenaerts, Léa Seydoux e Colin Firth esce con Movies Inspired il 27 luglio


di Andrea Guglielmino

Il 10 agosto 2000, il Kursk, un sottomarino di dimensioni eccezionali, due volte più grande di un jumbo e lungo oltre due campi da calcio, considerato inaffondabile e orgoglio della flotta del nord della Marina russa, salpò per partecipare a un’esercitazione navale. Questo evento rappresentò la prima esercitazione di tale portata in un decennio, coinvolgendo 30 navi e tre sottomarini. Poco dopo, due potenti esplosioni interne, registrate dai sismografi dell’Alaska, provocarono l’affondamento del Kursk nel Mare di Barents.

Sebbene delle 118 persone a bordo, almeno 23 uomini sopravvissero alle esplosioni, ciò non evitò un’attesa di nove giorni, durante i quali il mondo intero trattenne il respiro. Le operazioni di salvataggio della Marina russa si rivelarono un fallimento, con le richieste di aiuto respinte dagli stati esteri.

Il destino degli uomini a bordo era sospeso a un filo. Da qui, l’interesse del giornalista Robert Moore per la vicenda, raccontata nel libro ‘Kursk. La storia nascosta di una tragedia’. Con scrupolosa attenzione ai dettagli, Moore analizza ogni prova forense e ogni istante straziante delle ultime ore di vita dei marinai condannati a morte certa. La storia affascina anche lo sceneggiatore Robert Rodat, candidato all’Oscar per Salvate il soldato Ryan.

Rodat ha trasformato il racconto di Moore in una sceneggiatura per il grande schermo, concentrando la narrazione sul dramma umano di questa vicenda.

Il film, intitolato semplicemente Kursk e diretto da Thomas Vinterberg, arriva in sala con Movies Inspired il 27 luglio. Nel cast Matthias Schoenaerts, Léa Seydoux e Colin Firth.

“La tragedia di Kursk è una vicenda che conoscevo solo a grandi linee – ricorda il Vinterberg – Ma la cosa che mi è rimasta impressa, riportata dai telegiornali, sono stati i colpi provenienti dallo scafo del sottomarino… questo disperato grido d’aiuto.”

Cofondatore del movimento danese Dogma 95 e regista di film come Festen – Festa in famiglia e Il sospetto, Vinterberg è sempre stato solito avviare da solo i propri progetti e a firmare di suo pugno le sceneggiature.

“In questo caso però ho seguito l’invito dell’attore protagonista, Matthias Schoenaerts – prosegue il regista – con cui avevo già lavorato in Via dalla pazza folla. Lui mi ha chiesto di leggere il copione e dopo che l’ho fatto, vederlo nel ruolo da protagonista, mi è sembrata la scelta più naturale del mondo. La sceneggiatura scritta da Rodat era già di per sé fantastica e trattava il tema universale del trascorrere del tempo, che prima o poi tutti noi dobbiamo affrontare. Il film tocca ovviamente temi politici e parla di una bellissima storia d’amore, ma è stato soprattutto un’opportunità fondamentale per parlare del tempo che fugge. C’è un coraggio estremo nel modo in cui queste persone fanno i conti con il bisogno di dovere dare un ultimo addio. Ho trovato questo aspetto incredibilmente straziane e magnificamente rappresentato nella sceneggiatura. Una volta che l’ho letta non ho avuto più dubbi”.

La sfida è stata dunque quella di rendere sua questa storia. “Rodat, che ha scritto ogni singola parola del copione, si è sforzato di trovare la verità celata in questa storia”, sottolinea ancora l’autore. “Questa è stata una sfida enorme perché nessuno sa esattamente cosa sia successo. Non c’è nessun superstite e quindi abbiamo dovuto circondarci di quanti più esperti possibile. Poi ci siamo trovati davanti alla sfida di dare drammaticità alla storia. Per esempio, il protagonista nel libro non ha figli mentre nel nostro film ne ha uno e un altro in arrivo. Quello che volevamo realizzare era un ritratto che rappresentasse tutti i militari imbarcati sul Kursk e tutti i loro 71 figli rimasti orfani. Quindi abbiamo dovuto combinare tutto questo in un unico personaggio. Abbiamo lavorato insieme per più di un anno. Ho sviluppato la sceneggiatura in un film di cui posso pienamente rivendicare la potestà artistica. Questo è per me l’unico modo possibile di procedere: dovevo renderlo mio”.

“Mi è piaciuto molto lavorare con Thomas – spiega Seydoux – è intelligente e sensibile e abbiamo comunicato con facilità e in modo fluido. Non tutto può essere espresso a parole e a volte mi bastava uno sguardo per capire che eravamo in sintonia. Provava un’incredibile empatia per la storia che stava raccontando, con quelle donne e con quei sommergibilisti. In un certo senso eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Lavorare con lui è stato davvero interessante e stimolante.”

Schoenaerts concorda: “Credo che Thomas sia riuscito a trovare un interessantissimo equilibrio tra un macrocosmo e un microcosmo. C’è l’aspetto macroscopico della realtà diplomatica, che all’epoca rappresentava un fenomeno globale. E c’è il microcosmo di queste famiglie, straziate dall’ansia del non sapere cosa sia successo, e di questi uomini bloccati in quel compartimento claustrofobico, il cui spazio rimpicciolisce a vista d’occhio man mano che si riempie d’acqua. Thomas è un maestro nel bilanciare tutti questi elementi”.

Firth è ancora più categorico: “È per Thomas che ho deciso di prendere parte al film. Ricordo l’incidente del Kursk e ho pensato che fosse un argomento interessante, ma il motivo per cui ho accettato questo lavoro è stato Thomas Vinterberg. Erano 15 anni che morivo dalla voglia di fare un film con lui, quindi l’avrei fatto su un qualsiasi tema. È stata la sua presenza a motivarmi. E quando si amano i film di un regista è emozionante lavorare a stretto contatto con lui, anche solo per vedere come agisce e osservare il suo processo creativo. Mi chiedevo come riuscisse ad ottenere opere così convincenti, così vere… Avevo in mente una risposta e lui me l’ha confermata.”

 

Andrea Guglielmino
21 Luglio 2023

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