Jafar Panahi, dal carcere annuncia lo sciopero della fame

Il regista iraniano è detenuto in una prigione di Teheran dal luglio 2022


Dal 20 luglio 2022, il pluripremiato regista Jafar Panahi è detenuto nella prigione di Evin, a nord di Teheran, dove sta scontando una condanna di sei anni, per cui già era stato arrestato, e poi scarcerato, nel 2010 assieme alla famiglia. Da tempo infatti il regime iraniano ha identificato in Panahi una minaccia, pari a quella di altri artisti che stanno dedicando la propria vita a denunciare le condizioni di vita nel Paese.

Tahereh Saeidi, moglie del regista, ha pubblicato un post Instagram per annunciare lo sciopero della fame di Jafar Panahi. Allegato a un’immagine che lo vede passeggiare su una spiaggia, una lettera in cui dichiara che si “rifiuta di mangiare e bere qualsiasi cibo e medicina fino al momento del rilascio, finché il mio corpo senza vita non sarà liberato dalla prigione”.

Dal 2010, Jafar Panahi ha combattuto con la minaccia continua dell’arresto, raccontandosi nei suoi film per svelare i volti dell’Iran. Nel 2022 era in Concorso alla Mostra di Venezia, dove Gli Orsi non Esistono (leggi l’articolo) è stato premiato dalla Giuria in assenza dell’autore, ingiustamente detenuto e ricordato dagli organizzatori del Festival con una sedia vuota dall’importante valore simbolico.

Il testo della lettera pubblicata dalla moglie del regista: “Il 20 luglio di quest’anno, per protestare contro l’arresto di due nostri amati colleghi, Mohammad Rasulof e Mostafa Al-Ahmad, insieme a un gruppo di cineasti ci siamo riuniti davanti alla prigione di Evin, ed è stato deciso che alcuni di noi e gli avvocati dei colleghi detenuti entrassero nel tribunale di Evin;  pacificamente stavamo parlando con le autorità competenti e con l’investigatore competente quando è arrivato un agente che mi ha portato dal giudice del ramo 1 dell’esecuzione della sentenza di Evin. Il giovane giudice mi ha detto senza presentarsi: “La stavamo cercando nei cieli, l’abbiamo trovata qui. Lei è in arresto!”. Così, sono stato arrestato e trasferito nella prigione di Evin per l’esecuzione di una sentenza emessa da undici anni. Secondo la legge per cui sono stato arrestato nel 1988, dopo più di dieci anni di mancata esecuzione di una sentenza, questa è soggetta al trascorrere del tempo e diventa inapplicabile. Pertanto, questo arresto è stato più simile al banditismo e alla presa di ostaggi che all’esecuzione di una sentenza giudiziaria.Anche se il mio arresto era illegale, gli avvocati rispettati sono riusciti a violare la sentenza emessa nel 1990, riprendendo il procedimento presso la Corte Suprema, che è la massima autorità per i casi giudiziari, il 15 ottobre 2022 di quest’anno, in modo da potersi rivolgere alla stessa sezione per un nuovo processo. In questo modo, secondo la legge, con l’accettazione della richiesta di nuovo processo e la violazione del verdetto, il caso è stato deferito al ramo e avrei dovuto essere rilasciato immediatamente su cauzione; mentre abbiamo visto che ci vogliono meno di trenta giorni dal momento dell’arresto all’impiccagione di giovani innocenti del nostro Paese, ci sono voluti più di cento giorni per trasferire il mio caso al ramo con l’intervento delle forze di sicurezza.Secondo la legge, nei casi di violazione della sentenza presso la Corte Suprema, il giudice della stessa sezione era obbligato a rilasciarmi emettendo un ordine di libertà provvisoria non appena il caso fosse stato deferito a quella sezione, tuttavia, emettendo un ordine di libertà provvisoria con pesante cauzione, in pratica, dopo mesi di detenzione legale, ero ancora tenuto in prigione con scuse ripetute ogni giorno dagli agenti di sicurezza. Quel che è certo è che il comportamento prepotente ed extra-legale delle istituzioni di sicurezza, e la resa indiscussa delle autorità giudiziarie dimostrano ancora una volta l’applicazione selettiva e impropria delle leggi. È solo una scusa per la repressione. Pur sapendo che il sistema giudiziario e le istituzioni di sicurezza non hanno alcuna volontà di applicare la legge (su cui insistono), per rispetto ai miei avvocati e ai miei amici, ho percorso tutte le vie legali per ottenere i miei diritti; oggi, come molte persone intrappolate in Iran, non ho altra scelta che protestare contro questi comportamenti disumani con il bene più caro che ho, cioè la mia vita.Pertanto, dichiaro fermamente che per protestare contro il comportamento extra-legale e disumano dell’apparato giudiziario e di sicurezza e contro questa particolare presa di ostaggi, ho iniziato uno sciopero della fame dalla mattina del 12 di Bahman e mi rifiuterò di mangiare e bere qualsiasi cibo e medicina fino al momento del mio rilascio. Rimarrò in questo stato finché forse il mio corpo senza vita non sarà liberato dalla prigione.Con amore per l’Iran e la gente della mia terra, Jafar Panahi”

02 Febbraio 2023

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