‘Il primo giorno della mia vita’, una settimana per ritrovarne il senso

Un grande cast nel film presentato al Barberini di Roma. Uscita il 26 gennaio, solo al cinema


Una donna sta per spararsi un colpo di pistola alla testa, una ragazza è lì per lanciarsi dall’ultimo piano di un palazzo, un uomo in procinto di gettarsi in fiume e un ragazzino diabetico decide di non iniettarsi l’insulina dopo aver divorato cinquanta ciambelle in diretta social: a tutti e quattro si presenta un uomo senza nome, promettendo loro di farli rinnamorare della vita, in una sola settimana. Una missione per nulla facile, soprattutto se di fronte si hanno quattro ‘dead man walking’ che hanno deciso – ma sul serio – di farla finita: ognuno con le sue angosce, ognuno col suo dolore, ognuno con la sua disperazione, che non lasciano spazio a un solo spiraglio di luce.

“Il primo seme di questo film nasce da un documentario che vidi, The Bridge – racconta il regista Paolo Genovese. Lì avevano posizionato una telecamera sul Golden Gate di San Francisco, per un intero anno – è il ponte dove avvengono più suicidi al mondo – riprendendo tutte le persone che sono saltate giù, e andando poi a intervistare quelle che si erano salvate. Il fatto curioso che ha colpito la mia immaginazione è che la quasi totalità di loro, nei sette secondi che intercorrevano dall’impatto con l’acqua, hanno raccontato un senso di pentimento, di desiderio di una seconda possibilità, che poi in molti hanno avuto. Questa è stata la molla che mi ha fatto iniziare a ragionare su questo film, poi i sette secondi sono diventati una settimana, e intorno abbiamo costruito la storia, i personaggi, una drammaturgia, chiedendoci perché qualcuno che arriva a fare una scelta così estrema un istante dopo si penta. Quindi quella scelta estrema può in qualche modo essere evitata, ma come? Come ci si salva nella vita?”. 

La condivisione e l’immedesimazione tra esseri umani sono gli altri aspetti centrali della storia, come elementi necessari alla ricomparsa della speranza, nell’orizzonte di angoscia e dolore che accompagna così tante persone. E l’assenza di luce anche in scena, che illumina solo alcuni luoghi e momenti molto speciali di una Roma ‘metropoli assoluta’, è un’altra nota molto poetica e simbolica della fotografia del film, curata da Fabrizio Lucci.

A volte, spiega il regista, c’è bisogno di qualcuno accanto a noi che ci aiuti a ritrovarla, questa speranza, come tenta di fare nel film il personaggio di Toni Servillo. “Il mio non è un ruolo facile, dunque interpretarlo è stato ancora più appassionante. – dice l’attore – Il mio personaggio si chiama Uomo, ha una condizione evidentemente ultraterrena ma con delle caratteristiche, invece, molto terrene. Un uomo che chiede ‘permesso’ con molto pudore alla vita di queste persone – perché probabilmente conosce certe difficoltà, certi ostacoli, certi momenti drammatici della vita – per suggerirgli l’opportunità che quella scelta del loro ultimo giorno possa coincidere invece con il primo. Ma la suggerisce soltanto, questa possibilità- – ci tiene a sottolineare Servillo – È anonimo il personaggio, potrebbe essere una parte profonda di queste quattro persone che non è mai venuta a galla, oppure potrebbe essere quella parte che ha sempre resistito per mancanza di coraggio all’opportunità di permettere a qualcuno di darti una mano… mette insieme delle solitudini, ma probabilmente si tratta di solitudini desiderate (…) per tornare ad avere un rapporto più diretto con una parte di te stesso”.

“Il tempo porta via il dolore, purtroppo” è una delle frasi che colpiscono di più allo stomaco in tutto il film. A pronunciarla è Margherita Buy, che interpreta una madre che ha perso una figlia di sedici anni, e da allora non riesce più a vivere. “Il mio personaggio è quello di una donna alla quale succede la cosa peggiore che ti può succedere nella vita, perdere un figlio. Non solo non ha voglia di non esserci più ma è piena di rabbia, una rabbia che sfoga contro questo essere strano (Servillo, ndr) che rappresenta l’interrogativo della vita e della morte. Sono entrata in questo immenso dolore, ne sono uscita, ma abbiamo vissuto un’esperienza in cui anche noi ci siamo fatti molte domande, una crescita sul set. Perché il suicidio è un tema scomodo, un tabù che non si affronta mai, per paura, per la società cattolica etc. Io credo che invece questo film rappresenti una grande apertura verso un problema che esiste. E nel film anche questo parlarne tra compagni di viaggio aiuta a vivere meglio, anche in questo momento storico, forse questo è anche un po’ una metafora per quel che siamo stati tutti noi, un po’ tutti soli, rinchiusi in noi stessi”.

Anche Valerio Mastandrea parla di un ruolo non facile: “il mio è il personaggio più buio, per cui non c’è soluzione, un personaggio in cui sono stato a disagio prima e dopo le riprese. Durante no, perché quando giriamo poi stiamo bene sempre. Ma la nostra preoccupazione – parlo al plurale perché è stata di tutti noi – è stata quella di utilizzare una storia di cinema senza essere depositari di verità o indicatori di soluzioni, c’era il grandissimo pudore di rispettare quel senso per me inspiegabile di perdita, di catastrofe, che una persona può incontrare nella sua vita. Per me più di tutti era una preoccupazione sempre presente, quella di non essere retorici e molto rispettosi, e spero che il film sia riuscito in quest’intento”.

Il primo giorno della mia vita di Paolo Genovese, da una sua sceneggiatura scritta con Paolo Costella, Rolando Ravello, Isabella Aguilar, dal romanzo omonimo dello stesso regista, uscirà giovedì 26 gennaio, rigorosamente solo al cinema, in 400 copie. Con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Margherita Buy, Sara Serraiocco, Gabriele Cristini, Giorgio Tirabassi, Lino Guanciale, Antonio Gerardi, Lidia Vitale, Vittoria Puccini, Elena Lietti, Thomas Trabacchi e Davide Combusti. Direttore della fotografia Fabrizio Lucci (Perfetti sconosciuti), montaggio Consuelo Catucci (Sei mai stata sulla luna?), scenografia Chiara Balducci (Supereroi), costumista Gemma Mascagni (Bianca come il latte, rossa come il sangue). Le musiche originali del film sono di Maurizio Filardo (trilogia Non ci resta che il crimine, Il premio, I migliori giorni).

 

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23 Gennaio 2023

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