‘I nostri ieri’: la tecnologia che in carcere ricostruisce la vita

Passa ad Alice nella Città il film di Andrea Papini su un documentarista che, con un laboratorio in carcere, ricostruisce gli eventi dietro a un misterioso delitto


La passione per il lavoro spinge Luca (Peppino Mazzotta), documentarista prestato temporaneamente all’insegnamento in una struttura carceraria, a ricostruire, per il saggio di fine corso, l’inspiegabile delitto del camionista Beppe (Francesco Di Leva).

Attraverso le più moderne tecniche di green-screen, compositing e uso della cgi, il regista può portare nel carcere il mondo, senza che i detenuti debbano uscire.

Durante la lavorazione i protagonisti coinvolti nel laboratorio ritrovano un senso nel lavoro compiuto, mentre Luca, ripercorrendo a ritroso gli avvenimenti, incontra la rete dei legami familiari che ruotano attorno all’accaduto: la sorella della vittima (Daphne Scoccia), l’interprete della vittima (Maria Roveran), e la famiglia che ha abbandonato Beppe (compresa sua moglie, interpretata da Teresa Saponangelo).

La contemporanea e inaspettata visita della figlia di Luca (Denise Tantucci), che torna a trovarlo dopo anni di lontananza, lo costringerà non solo ad interrogarsi sul suo stesso rapporto tra identità e memoria, ma anche a comprendere che l’affetto che gli viene richiesto dal mondo che lo circonda è la soluzione per uscire dalla sua crisi.

Passa ad Alice nella Città (sezione Panorama Italia-Concorso) I nostri ieri di Andrea Papini, esperimento che mescola dramma e cinema carcerario che porta, parafrasando una frase di Oliver Sacks, i protagonisti, a “ripossedere la storia del loro vissuto”

“Un carcere, seppur immaginario – dice Papini – comporta la presenza di un delitto. Delitto che nel film si svela senza alcuna violenza esibita. Il nostro carcere immaginario è pieno di cancelli di ferro e custodisce i ricordi che prendono vita nella realizzazione del saggio di un corso di cinematografia. Lo stile del film è il frutto di profonde riflessioni condivise dall’intero cast artistico: pervasi dalla bulimia di immagini frenetiche che ci circondano, abbiamo sentito il bisogno che le immagini stesse ritrovassero il proprio tempo per permettere ai personaggi di parlare sottovoce, quasi fossero le loro anime a sussurrare, per narrarci quanto di più profondo è contenuto nei ricordi che generano le nostre identità. Il cinema, al contrario della vita, riesce a fermare il tempo. E i nostri personaggi, imparando ad usarlo, ricostruiscono la memoria sulla quale appoggiare il loro futuro, i nostri futuri”.

Nel film c’è un concetto forte di cinema che “libera”, permettendo ai carcerati, sebbene in maniera virtuale, tramite la tecnologia, la fuga dalle mura del penitenizario:

“Il cinema nel cinema – aggiunge il regista – è sempre un grande escamotage narrativo. E’ come il Commissario nei gialli, ci permette di indagare le infinite sfumature dell’animo umano. Il tema della tecnologia mi ha permesso di fare un film non esclusivamente carcerario, ma di lavorare su altre cose che mi interessavano, come lo sconfinamento tra i puntelli di ferro della prigione e la bellezza della natura e degli spazi esterni che abbiamo trovato in Emilia Romagna, nel delta del Po’. Ha tante valenze: il rapporto dentro-fuori, la speranza di una riacquisita libertà e poi anche l’aspetto scenografico. Dipingere le mura austere del cortile del carcere con il blu elettrico che si usa per l’implementazione della chi ci ha dato modo di giocare in maniera forte anche dal punto di vista visivo”.

“E’ stato uno dei temi centrali su cui ci siamo concentrati – aggiunge l’attrice Maria Roveran, che ha collaborato anche alla sceneggiatura – per capire come la tecnologia potesse veicolare un significato di libertà e di ‘Altrove’. Tutte le scene che si vedono nella ricostruzione della dinamica di cronaca sono usate con il green screen, che volevamo passasse come un vero processo laboratoriale. C’era nel carcere uno schermo blu e le immagini riprese fuori dal regista venivano incollate dai detenuti al computer come in un vero e proprio laboratorio. Il tema principale è proprio questo. Far sì che la tecnologia metta in contatto mondi diversi. L’effetto della tecnologia può essere non solo pirotecnico ma anche di relazione. E’ un film che non grida. Ce ne siamo fatti carico. Non volevamo usare la violenza per parlare di violenza, nemmeno dal punto di vista del turpiloquio, né effetti estremi per parlare di relazioni umane che spesso accadono tramite incontri accidentali e che fanno parte del quotidiano più di quanto possiamo immaginare”.

Il film ha il titolo parzialmente in comune con un noto romanzo di Natalia Ginzburg, ‘Tutti i nostri ieri’: “In realtà – spiega Papini – è una frase del Macbeth, sul rapporto tra vita e memoria. Quando eravamo sul set, comunque, in molti ci chiedevano se stessimo lavorando sul testo della Ginzburg. Alla fine ho optato per una versione del titolo un po’ più semplice”.

L’idea è nata “presentando a Rebibbia il mio film precedente, La velocità della luce. I detenuti erano molto interessati al mio lavoro e così ho iniziato a costruire questa triplice storia di emarginazione: quella dei detenuti, da un punto di vista umano, quella del protagonista, dal punto di vista lavorativo – che deve accettare questo incarico provvisorio, il laboratorio nel carcere di provincia – e poi quella affettiva del personaggio della sorella della vittima. C’è anche una velata critica a certi programmi o opere che speculano sui sentimenti delle vittime di una tragedia. E’ grazie alla figura della sorella che il protagonista percepisce la reale sofferenza dell’elaborazione del lutto, e questo lo porta a porsi delle domande, sul cinismo del proprio lavoro, che a volte pur di mettere in scena la ricostruzione calpesta la sensibilità di tutti. Solo alla fine sveliamo l’essenza del delitto, per il resto ci concentriamo sulle relazioni affettive”.

Quanto alla possibilità di proiettare il cinema nelle carceri il regista afferma che userà prudenza: “Sto valutando. E’ una storia di fiction e devo assicurarmi che non crei conflitti nel potenziale spettatore detenuto”.

Chiude Roveran: “posso dire che nel film copro più ruoli, perché interpreto un’attrice. Ma mi sono approcciata come sempre, lavorando molto sul testo, sulla sceneggiatura, l’ho studiata, cercando di identificare questa Caroline che si trova a lavorare all’interno del laboratorio a stretto contatto con i detenuti, mi sono informata, ho visto documentari. Mi sono rivolta a chi aveva già fatto questo nella vita. Ho lavorato in ambito sanitario e di inclusione sociale ma mai in carcere. Mi sono ispirata alle formazioni di colleghi, registi e contatti che potevano aiutarmi.

Ho lavorato alla sceneggiatura con Andrea, definendo al meglio le relazioni tra i personaggi accompagnandolo fino al set. Prima ho sostenuto un provino, ho mosso osservazioni sul personaggio e Andrea mi ha chiesto di approfondire con lui. A livello di dinamica, per quello che riguarda i miei personaggi, Caroline e la vittima, ho cercato di smussare e rivalutare. Ho dato il contributo anche nel disegno della relazione dei protagonisti principali. Un lavoro di cesello su dialoghi e battute. Ho proposto ad Andrea le mie osservazioni cercando di rendere tutto più concreto e diretto. Essendo un film corale spostare una pedina richiedeva di ricalibrare tutte le altre.

Sono una cantautrice e faccio teatro, quindi mi occupo di scrittura, ma ero al servizio del volere del regista.

Il film è prodotto da Antonio Tazartes, Andrea Papini, Marita D’Elia per Atomo Film,  con il sostegno di: MiC-Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, Emilia-Romagna Film Commission, Regione Lazio-Fondo Regionale per il Cinema e l’Audiovisivo. La data di uscita nelle sale italiane è prevista per febbraio 2023.

La location principale è la struttura di Codigoro, in provincia di Ferrara. Un carcere costruito ma mai utilizzato come luogo penitenziario. Oltre al carcere le riprese si sono svolte in altre location di Codigoro, nel Parco del Delta del Po, presso Stazione Foce a Comacchio, tra la zona Darsena e il centro storico di Ravenna e, infine, a Bologna.

 

TRAILER a questo link.

 

Andrea Guglielmino
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