Guardiani della Galassia Vol. 3, l’ultimo ballo di una grande space opera

​Guardiani della Galassia Volume 3, nei cinema dal 3 maggio, chiude la trilogia Marvel diretta da James Gunn con un gran finale che rende onore ai personaggi


Non è un buon momento per il Marvel Cinematic Universe. Da Endgame, che nel 2019 ha portato su schermo la più grande battaglia supereroistica del cinema, la strada si è fatta lunga, un po’ tortuosa. Sono apparse le serie, salvezza in un contesto pandemico che ha tolto a Marvel la sala. Qualcuna ha funzionato, altre sono sembrate uno sportello di servizio: “ecco un nuovo personaggio, avanti il prossimo”. Abbiamo dimenticato perché è iniziato tutto. Perché gli eroi, super o meno, servono. Al cinema, a noi. Con le promesse non si fa una storia, non un universo coeso cui affidare speranze e paure. I problemi di Ant-Man, le vicende giudiziarie di Jonathan Majors, le decisioni rimandate di Disney. E in tutto questo, da un altrove che la Marvel definirebbe multiverso, i Guardiani della Galassia. Dal 3 maggio di nuovo al cinema con l’attesissimo “volume 3”.

Non c’è contesto migliore del caos per i personaggi più sgangherati e fuori di testa di tutto l’universo narrativo Marvel. Perché quando esplode una bomba e implode un pianeta, il gruppo di freaks riunitisi in famiglia da ogni parte del cosmo preme play e al ritmo dei Florence + The Machine si concede un’epica camminata in ralenti. Il volume 3 ha tutto ciò che ha reso questi personaggi degli illustri sconosciuti con un posto d’onore nel cuore degli spettatori. È l’Endgame del loro visionario regista, James Gunn, richiamato da Disney dopo l’allontanamento per alcuni discutibili tweet del passato per finire ciò che aveva iniziato.

La chiusura è servita, tra lacrime e meraviglie spaziali, salvataggi all’ultimo secondo e ragioni (reali) per rischiare la pelle e portare a casa ogni membro di questa famiglia. Con Dogs day are over che risuona negli astri, i Guardiani della Galassia si gettano a capofitto in un’ultima avventura, ancora una volta space opera con il gusto per il musical, mix di citazioni e trovate originali. Un compendio del genere che emoziona e commuove con la straordinaria imperfezione dei suoi protagonisti.

 

Un elemento che mancava: i flashback strappalacrime. In Guardiani della Galassia Volume 3 scopriamo il vero passato di Rocket e capiamo perché, da sempre, è il preferito di papà-James Gunn. Rocket ha un trascorso di sofferenza, maltrattamenti, gabbie buie il cui soffitto è stato a lungo l’unico cielo conosciuto. Ma nelle celle di detenzione in cui veniva sbattuto tra un’operazione sperimentale e l’altra, Rocket ha vissuto una prima forma di amicizia, una prima famiglia, fatta da altri esseri animali rinchiusi assieme a lui. La storia del procione più letale della galassia ha radici profonde nei valori che compongono anche la struttura portante dei guardiani. La cosmologia sentimentale di questa trilogia è nelle ferite dei protagonisti, nei difetti che li rendono amalgama impossibile e assieme necessaria. Per questo il villain di turno, interpretato da Chukwudi Iwuji, è un megalomane in cerca di perfezione, “l’alto evoluzionario” con ambizioni eugenetiche. È l’antitesi migliore per l’ultimo viaggio dei Guardiani, che sulle proprie cicatrici hanno cucito una famiglia.

Anche volume 3 inventa e trova sempre un modo per dare respiro a tutti i componenti del gruppo. È un fatto narrativo e visuale. C’è sempre una pagina di sceneggiatura dedicata alle ragioni dei singoli personaggi, così come non mancano i lunghi – un po’ più lenti, forse riflessivi – piani sequenza che da un volto del gruppo traghettano all’altro, unendo le parti senza schiacciarle tra loro. Un lavoro difficile, a cui la Marvel dovrà guardare – assieme ai risultati più positivi dei passati film Avengers – per le famiglie future di questo universo, dai Fantastici 4 agli imminenti X-Men.

Guardiani della Galassia Volume 3 è un film lungo, che sposta i luoghi delle proprie peripezie tra pianeti e teatri di volta in volta più colorati e sorprendenti. A un certo punto però si torna sulla terra. Non è il nostro pianeta, ma una sua ricostruzione. I Guardiani, esseri spaziali, si ritrovano seduti sui sedili di un’auto anni ’60. Sono schiacciati uno accanto all’altro, non al completo ma in numero sufficiente da formare una metafora perfetta di questa vicenda famigliare che li ha obbligati a una vicinanza che è stata sopravvivenza.

Nella regia d’azione, attenta e mai misurata, sulla frequenza dell’eccesso e composta in virtù di un divertimento sempre centrale, si inseriscono personaggi disposti al sacrificio. Un sentimento che non è imposizione di genere – necessità supereroistica – ma legame costruito nel tempo, negli spazi concessi da una sparatoria galattica e un dialogo divertente. Tutto il movimento si giustifica nel tentativo di salvare, in sole 48 ore, l’imminente morte di un componente del gruppo. Si avvia così una storia che è ancora una volta invito a scoprire imperfezioni e difetti dei suoi protagonisti. Dal 2015 sono evoluti, di certo cresciuti (hanno combattuto persino Thanos, no?), ma restano ancora legati a quei diversi passati di sofferenza, in cui ognuno, a modo proprio, ha scambiato un putrido soffitto per il cielo più chiaro.

Il Marvel Cinematic Universe andrà come deve, e forse la fine è più vicina di quel che sembra. Ma tra decenni, quando sarà storia, e se ne valuterà l’eredità, non c’è dubbio alcuno che la trilogia di James Gunn sarà nella lista dei titoli imprescindibili.

Alessandro Cavaggioni
29 Aprile 2023

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