De Seta: a 100 anni dalla nascita, un libro di Attanasio sbarca a NY grazie a Scorsese

Vittorio De Seta. Lettere dal sud di Eugenio Attanasio: maestro anche di Gianni Amelio, l'autore aveva scelto la vita contadina, prima da visionario antropologo e poi in prima persona


TROPEA – Vittorio De Seta, un maestro che ha visto la luce cent’anni fa (15 ottobre 1923) a Palermo, ma poi – dopo tanto suo viaggiare, alla perenne ricerca dell’essenza antropologica, ma anche nei generi del cinema – ha scelto di “fermarsi”, in qualche modo di ritirarsi, in quel della calabra Sellia Marina, fino alla fine della vita (2011). 

Eugenio Attanasio, regista e biografo che più di ogni altro conosce De Seta, è autore del libro Vittorio De Seta. Lettere dal sud, presentato al Tropea Film Festival e “in viaggio” – da Pesaro a Taormina – per portare la poesia e l’umanità dell’autore, tanto che è stata prevista un’edizione in inglese, da diffondere a New York con il sostegno di Martin Scorsese, che lo ha sempre ritenuto un suo maestro

Attanasio è considerato il delfino di De Seta, la continuità del Maestro. Un particolare: è stato anche il suo avvocato difensore

Quando si parla di Vittorio De Seta, nato aristocratico, che dopo la laurea in Archittura s’è affacciato al cinema, parliamo di un autore antropologo, e di uno che la Critica distrusse quando uscì il suo Un uomo a metà (1966). Fu Pasolini a scrivere 5 pagine a sostegno, e qualche altro illuminato. 

Vittorio De Seta. Lettere dal sud si presenta come un profilo esaustivo, Attanasio ne restituisce un ritratto non comune, e soprattutto ne restituisce l’uomo. Il libro è edito dalla Cineteca della Calabria, pubblicato a suggello di un lavoro trentennale fatto con De Seta stesso, punto di riferimento. 

Eugenio Attanasio racconta di “un rapporto affettivo, che ci ha legati: ho conosciuto Vittorio alla metà degli Anni ’80, non è nata immediatamente un’amicizia perché lui era caratterialmente un diffidente e io solo un giovane operatore culturale. Poi, un amico comune mi disse che mi voleva presentare un maestro ritiratosi a Sellia Maria, era Vittorio De Seta. Negli Anni 80, De Seta è stata una figura un po’ rimossa, e dopo la morte della moglie – Vera Gherarducci – lui s’era ritirato per reinventarsi contadino, lui voleva essere uno di quelli che per anni aveva documentato. Era un periodo di crisi ideativa profonda, gli ultimi lavori erano documentari per la Rai, che lui stesso definiva un po’ scarichi, aveva perso un po’ la verve. Da lì comincia per me un percorso di conoscenza: il suo cinema l’ho conosciuto a casa sua, vedendo le pizze che s’era portato da Roma. Era un serbatoio di idee, aveva una grande visuale sulle cose. Era un grande pozzo. La voglia che gli ha fatto filmare la civiltà contadina è stata poi una riscoperta per la cultura italiana: lui condusse un lavoro negli Anni ‘50, per cui moltissimi hanno avuto la fortuna di aver così strumenti per elaborare teorie sulla civiltà contadina, sapendo sarebbe cambiata con l’avvento della civiltà industriale”.

De Seta, spesso, viene definito documentarista ma – continua Attanasio – “a lui dava fastidio usare il termine ‘documentarismo’ se con l’accezione di forma meno nobile del cinema: sua la grande forza di realizzare opere a metà tra doc e film, come Banditi ad Orgosolo (1961) o Lettere dal Sahara (2006). Nel libro parlo di un ‘metodo De Seta’: per lui il cinema era un mezzo, usciva fuori dai canoni della macchina produttiva. Tra i suoi allievi, Gianni Amelio, già suo aiuto regista, e molti nuova generazione – da Jonas Carpignano a Agostino Ferrante – fanno riferimento alla scuola di De Seta”.

Nel ’64, il primo operatore culturale che proiettò De Seta fu proprio Amelio, con il Circolo Gobbetti, che organizzò la visione con dibattito per Banditi ad Argosolo. Amelio fu anche suo aiuto per Un uomo a metà: litigarono sul set, non parlandosi poi per quasi 20 anni; ma De Seta era anche grande scrittore, e scrivendo paragonava Amelio a un cardo spinoso: si sono infine riconciliati

Inoltre, marxista pubblicamente dichiarato, De Seta “era anche una persona di profondità, nel suo spirito religioso: scrisse 1400 pagine di sceneggiatura su San Paolo; riusciva a guardare oltre, a essere lucido nella sua visione del mondo. Negli Anni ‘60 voleva girare un film sulla conquista della libertà della Guinea Bissau, parliamo di anni in cui Pontecorvo girò infatti La battaglia di Algeri. La sua visione terzomondista, colonialista, ha aperto uno sguardo su un mondo, che avremmo avuto più difficoltà a decodificare: il libro contiene anche scritti di De Seta stesso, lettere con la moglie. È  un’opera che storicizza l’artista ma anche l’uomo, fino a ora sfuggito un po’ dai canoni: abbiamo voluto raccontarlo anche in connessione al territorio, alla famiglia – la mamma Maria Elia poi marchesa Pignatelli, e il nonno, uno dei primi sindaci di Catanzaro. Penso che pochi autori nel mondo abbiano saputo interpretare l’ethos di un popolo, come l’ha fatto lui”. 

Nicole Bianchi
30 Giugno 2023

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