Il padre del body horror torna al cinema con The Shrouds, nuova opera che riporta David Cronenberg al suo inconfondibile stile grazie a una riflessione, personale e sofferta, sul lutto. Presentato in concorso al Festival di Cannes 2024, il film arriverà nelle sale italiane il 3 aprile, distribuito da Europictures in collaborazione con Adler Entertainment, rendendo l’Italia il primo Paese al mondo a ospitarne l’uscita dopo l’anteprima al BAFF – Film Festival a Busto Arsizio. Protagonisti Vincent Cassel, Diane Kruger e Guy Pearce, che danno vita a una storia sui confini tra corpo, tecnologia e morte. Karsh, interpretato da Cassel, è un uomo d’affari che ha inventato, dopo la morte della moglie, una tecnologia per monitorare i defunti all’interno dei loro sudari: una versione futurista dei cimiteri, con tanto di schermi touch e app collegata ai sudari per vedere in diretta la salma dei propri cari (rigorosamente in 8k). Nel mezzo, possibili cospirazioni internazionali, ambigue intelligenze artificiali e una galleria di personaggi tra il pittoresco e l’inquietante. A partire dallo stesso protagonista.
Cronenberg ha rivelato l’ispirazione per il suo ritorno al grande schermo, nato dalla perdita della moglie Carolyn Zeifman, scomparsa nel 2017 dopo 43 anni di matrimonio. “Subito ho pensato che non sarei mai più stato in grado di fare un film, perché lei era parte integrante della mia vita e del mio cinema,” ha confessato. “Poi però ho cominciato a capire che dovevo affrontare le domande che mi poneva il lutto, riflettendo sulla morte e sull’amore”. Attenzione, però, a confondere autenticità dell’ispirazione con autobiografia. Perché, sottolinea il regista, “quando cominci a scrivere una sceneggiatura non è più realtà, ma finzione, i personaggi che crei diventano vivi e sono loro che ti dettano chi sono e cosa vogliono fare”.
Il film si interroga sul nostro rapporto con la morte in un’epoca dominata dalla tecnologia. “Ho letto che alcune persone hanno creato degli avatar di persone defunte. Con la campionatura possono addirittura parlare con la stessa voce. Se questo sia un modo di elaborare il lutto e la sofferenza è un qualcosa che secondo me dipende dal singolo individuo. Non è un modo che io seguirei, ma si può fare.” Per il regista, la tecnologia non si oppone alla natura umana, bensì ne è uno specchio: “Il corpo è tecnologia e la tecnologia è corpo. La tecnologia non ci consente di trascendere ciò che noi siamo, è un riflesso di ciò che siamo: fa cose bellissime, come noi, ma anche cose orribili, esattamente come noi”.
Ateo come il suo protagonista (“c’è sempre un po’ di me nei miei personaggi”), Cronenberg riflette da sempre sull’essere umano a partire dal corpo, ma in The Shrouds non mancano le riflessioni spirituali. “Se sei un ateo – spiega – non credi all’aldilà. Nel mio film precedente, Crimes of the future, il corpo è realtà: nel momento in cui il corpo muore, anche la realtà muore. Quello che però trovo interessante è la possibilità di creare attraverso l’intelligenza artificiale un’aldilà artificiale, una specie di paradiso dove gli avatar dei defunti possano trascorrere del tempo insieme, conoscersi. Sarebbe falso, ovviamente, ma come è falso il paradiso che ci viene promesso nella religione, che considero una frode”.
Nonostante il suo cinema sembri spesso anticipare il futuro, Cronenberg rifiuta l’etichetta di visionario. “Se alcune cose che creo possono sembrare visionarie è solo per caso, non ho mai voluto essere un profeta. Io non faccio altro che fare un film alla volta, non ho chissà che piano in mente. Anzi, molti miei film li conosce meglio il pubblico, perché alcuni non li vedo da decenni”.
In The Shrouds Cronenberg inquadra il lutto nella sua complessità, raccontandolo anche come un’ossessione dei vivi. “Magari un essere umano con il quale tu hai avuto un rapporto stretto, intimo per 43 anni, poi questa persona scompare e a quel punto ti rendi conto che ci sono delle domande che avresti voluto porre a questa persona e che non hai posto, delle esperienze che avresti voluto fare con questa persona e che non hai fatto, delle conversazioni che avresti voluto avere e che non hai avuto”.
Tuttavia, il regista è chiaro sulla natura ineluttabile del lutto: “Questo è anche un modo, se vogliamo, per elaborare il lutto, anche se in base alla mia esperienza, nessuna di queste strategie serve a qualcosa, compreso fare questo film, perché il dolore e il lutto non se ne vanno e tu la persona non la lasci andare. Il dolore, la sofferenza e la persona che non c’è più rimangono con te”, conclude.
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