Certo che sto bene è il racconto delle registrazioni del disco di Alberto Bianco, torinese nato negli Anni ‘80 quando Torino era la città della Fiat e dell’industria. Bianco, prima di quello raccontato nel documentario diretto da Francesco Coppola, ha registrato cinque dischi, suona con Niccolò Fabi, ha prodotto i primi due album di Levante.
Il documentario è stato registrato in una settimana a Formentera e racconta la nascita e la genesi del sesto e più recente album di Alberto Bianco: 10 canzoni. Il doc racconta le giornate isolane di registrazione fatte di arte, musica e amicizia. L’intenzione è di “catturare l’essenza del sole ed il profumo del mare”, si legge nelle note del progetto: le tracce dell’album e le immagini riflettono il calore umano di chi è lì riunito in un’atmosfera di costruttiva e positiva condivisione. Una storia che corona il percorso di liberazione personale dell’artista dalla verità, a volte troppo stretta.
Francesco, anzitutto come nasce la collaborazione tra Alberto Bianco e lei, e quindi dove trovano un punto di incontro il mondo musicale di lui e la sua visione cinematografica?
L’incontro professionale è una prima volta, seppur lo conosca da tantissimi anni, per relazioni intessute nel tempo a Torino. Lui mi ha sempre colpito tantissimo e qui c’è il punto di incontro artistico: c’è la mia stima enorme per lui, che ho cercato di tener presente ogni volta che accendevo la camera, per quella sua sincerità nella debolezza, una cosa che stimo tantissimo; la esprime senza pietismo, senza una ricerca di commiserazione, ma trovando forza nei propri punti deboli e nelle insicurezze: credo sia un messaggio artistico importantissimo, specialmente in un momento in cui c’è una forte espressione machista, ancor più grave di questi tempi. Alberto cerca invece di dire qualcosa di molto potente e incoraggiante. L’incontro cadeva in un momento in cui le mie insicurezze artistiche e personali s’incontravano con il progetto; partendo dalle parole delle sue canzoni è stato come avere quasi la sceneggiatura del documentario.
Il doc è girato a Formentera, un luogo particolare, con un’atmosfera in equilibrio tra il vitale e l’intimo: perché la scelta di questa isola e lei in che maniera ha pensato potesse renderla protagonista?
La scelta è stata naturalmente di Alberto e le session con il coinvolgimento di altri artisti non sono una novità, anzi spesso le major spingono per queste occasioni, ma lui non aveva nessuna major! È riuscito a fare questo solo con le proprie emozioni, lo dico senza voler sembrare naïf o freakkettone, ma è davvero qualcosa in cui credo. Non ero mai stato a Formentera e avevo l’idea fosse un po’ l’isola più ruvida, con angoli intimi e belli: sono arrivato un giorno prima di tutti gli altri, per cercare un po’ di dimestichezza con lo spazio, ed è stato magico. L’idea era anche quella di girare un videoclip, quello di Cartolina dapprima, ma una volta lì ho subito detto ad Alberto dovesse essere quello di Maremoto: si stava vivendo un maremoto emotivo, lì in una villa che affacciava sul mare, che vedevi ovunque intorno, e quindi abbiamo fatto questo cambio in corsa, in un’atmosfera bellissima e nostalgica. L’isola è turistica, si sia, ma in quel momento fuori stagione, e quindi c’era una saudade che mi ha fatto molto piegare la mia visione a quello che mi circondava: tra l’altro, era anche la prima volta che giravo da solo.
Guardando il doc si ha l’impressione potrebbe essere il primo capitolo di un racconto audiovisivo più articolato: è solo una sensazione o c’è (stata) invece con Bianco la riflessione di fare un ‘libro visivo’ della sua musica, che cominci con questo doc?
Questa riflessione potrebbe lasciar intendere un’incompiutezza, ma capisco l’intenzione e parto proprio dall’aver girato da solo, una padronanza della macchina raggiunta facendo un percorso ‘inverso’, cominciato dalla produzione, passato per l’aiuto regia e fino alla regia; così si raggiunge l’intimità, che sto cercando di portare, infatti, anche nella scrittura del mio primo lungometraggio, a cui sto lavorando. Quando sono arrivato lì avevo delle idee, una visione, che poi si è piegata al luogo e all’atmosfera, e la sensazione di cui lei mi domanda è perché io ho tanto sentito che stessimo per raccontare qualcosa di particolare, ma cominciavo a percepire qualcosa di universale, un’esperienza che potesse essere replicata; un cantautore come Alberto, in un momento in cui la musica va in una direzione di forte digitalizzazione della stessa, stava andando in un percorso quasi anacronistico. Una cosa che ci siamo detti più volte è che questo progetto potrebbe aprire a un racconto ulteriore, perché c’è stata sicuramente una rinascita per Alberto, in un punto di libertà e autenticità di sentimenti, per cui sarebbe interessante guardare/raccontare anche un’evoluzione partita da lì.
Nel progetto sono coinvolti – tra gli altri musicisti – Margherita Vicario e Dente: nel racconto del progetto c’era l’intenzione del racconto amicale, oltre che musicale. Lei come ha lavorato sulla narrazione audiovisiva dell’amicizia? Concentrandosi su primi e primissimi piani?
È una percezione esatta e molto bella: l’amicizia appartiene ai miei grandi punti interrogativi sulle emozioni. Quando un autore si esprime, si mette a nudo, e escono delle fragilità, è ovvio si creino rapporti intensissimi: la necessità di esternare la creatività, proprio attraverso la creazione, ti mette talmente a nudo che il racconto diventa davvero intimo e quando io, osservando Alberto e gli altri artisti presenti, percepivo queste cose erano proprio gli occhi a esprimere tutto questo; io cercavo gli sguardi, perché gli occhi non mentono mai, a differenze del corpo. Sono convinto che la macchina da presa, quando utilizzata con intimità e rispetto di chi hai di fronte, abbia un potere, quello di entrare un po’ nell’anima. Loro sono stati carini e meravigliosi ad aprire i loro occhi alla mdp. Quello che cerco sempre è l’empatia: quando si dice che ti devi un po’ innamorare dei tuoi attori è verissimo, perché permette una fiducia enorme, d’abbandono totale.
C’è nell’intenzione del film, e dello spirito del progetto di Bianco, di ‘catturare l’essenza del sole e il profumo del mare’: sono concetti a tratti poetici, ma – in generale – anche a rischio di essere restituiti retorici o melensi. Lei come ha evitato il rischio, cosa è andato a cercare per la sua visione?
Mi affido molto alle mie sensazioni, e in questo caso, invece di cercare ‘il taglio migliore, la luce migliore’ – come avrei fatto per uno spot o un videoclip -, ho fatto un po’ parlare la mia pancia, che non era alla ricerca della bellezza estetica, in quel momento; anzi, il mare d’inverno mi provoca nostalgia, il vento tra gli alberi in una sera di ottobre mi fa dolcezza ma anche tristezza: quindi, quando uno riesce a connettersi bene con le proprie emozioni, ti è permesso di abbandonarti, abbandonando la continua ricerca dell’estetica, cercando più il cuore: ci sono vari primi piani di Alberto ‘tagliati male’, c’è un bocca o un collo, quindi grammaticalmente sono inquadrature errate, ma questo restituiva il focus sensoriale, era il suo naso che respirava la salsedine del clima plumbeo. Mi focalizzavo sulla sensorialità data del luogo, cercando di porlo sul soggetto inquadrato, uscendo dall’idea della grammatica corretta, cercando la sporcizia data dalle sensazioni.
Certo che sto bene partecipa a SeeYouSound nella sezione Into The Groove: Alberto Bianco si esibisce live dopo la proiezione del doc, lunedì 26 febbraio ore 21.30 al Cinema Massimo di Torino.
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