Carolina Sala: “spesso è dalla noia che nascono le idee migliori”

L’attrice veneta: amerei fare un film in costume alla Jane Austen.


Classe 1999, Carolina Sala è nata a Conegliano Veneto. Ha iniziato prestissimo a studiare e recitare in teatro. Oggi attrice anche per il grande e piccolo schermo, sta per laurearsi in Storia dell’Arte presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Per la televisione ha recitato nelle serie Rai Pezzi Unici (2019), La guerra è finita e Rita Levi Montalcini (2020). Poi nel 2022 in Fedeltà, su Netflix. Per il cinema, nello stesso anno ha avuto ruoli da protagonista nel thriller Vetro di Domenico Croce e nel film di Pappi Corsicato Perfetta illusione, poi nel 2023 in Noi anni luce, di Tiziano Russo. Sempre nel 2022 ha ricevuto il premio Fabrique du Cinema Award e la Menzione speciale al Bif&st, entrambi come miglior attrice per Vetro.

 

Il tuo esordio sugli schermi risale a quando eri una ragazzina, facevi ancora il liceo, anche se già recitavi in teatro. Com’è andata?

Sì, in realtà sono stata ‘scoperta’ durante uno spettacolo teatrale: facevamo Romeo e Giulietta, il mio attuale agente era nel pubblico, mi ha chiesto di fare un provino e ha deciso di prendermi in agenzia. Era la fine dell’estate, prima dell’ultimo anno di liceo, in Veneto figurati (ride), perché io sono di Conegliano, di Prosecco-land… Facevo su e giù con Roma per i provini, poi alla fine sono stata presa per la prima serie Rai, Pezzi Unici di Cinzia TH Turrini, abbiamo iniziato a girare mentre facevo gli esami di maturità. È stato tutto un po’veloce, insomma, mi sono trovata catapultata. Mi è arrivata questa grande possibilità prima che finissi la scuola, prima che anche solo pensassi di prendere delle decisioni, magari di iscrivermi a un’accademia… È vero che l’attrice è quello stavo cercando di fare, ma finché sei ancora al liceo non pensi di dover fare una scelta così forte. Certo non posso dire che a me sia capitato per caso, erano già anni che facevo teatro tutti i pomeriggi, lavoravo con la compagnia come attrice a livello semi-professionale. Ma è stata una coincidenza fortunata che sia capitato in questo modo.

Quanto è stata importante per te la formazione teatrale, e quanto lo è in generale per un attore?

Posto che ognuno ha il suo percorso e trova quello che funziona, per me il teatro e un suo certo metodo di studio, di disciplina, è stato ed è molto importante. Poi la cosa che mi piace tanto del teatro è che sei tu attore al centro, e sei molto più coinvolto in tutti i processi da cui il cinema in molta parte ti esclude, perché lì sono molto più specializzati. Ad esempio un certo uso delle luci, o il perché mettere una cosa in un modo o in un altro in una scenografia… Al cinema pensi esclusivamente a recitare, il che da una parte è bello, ma è anche molto bello giocare con tutto, no? A livello di recitazione, invece, si parte da cose molto simili, per poi ottenere, diciamo, delle ‘frequenze’ diverse: così le chiamo io. Come se ci si dovesse adattare sulla frequenza giusta, e ce ne fosse una per il cinema, una per il teatro, una per il doppiaggio, che però partono tutte dalla stessa cosa: quindi avere studiato per il teatro ti aiuta molto. Io continuo con la mia compagnia, la Little Shakespeare Company e faccio soprattutto teatro per bambini, al momento Sogno di una notte di mezza estate.

Quali aspetti cerchi di curare di più quando ti approcci a un personaggio?

Amo molto il fatto che i personaggi che faccio siano sempre qualcosa di diverso, cioè che quello che interpreto non sia mai simile al precedente. Mi piace trovare sempre qualcosa di nuovo, esplorare qualcosa che non ho già esplorato: il miglior complimento che mi possano fare è che non mi riconoscono. Quindi sì, essere sempre diversa. Poi di sicuro la parte più bella, più divertente è quella della ricerca, del costruire il personaggio, andare a esplorare tanti tipi diversi di suggestioni, che vanno dalla musica ai libri che potrebbe leggere… cose che ti possono aiutare a capire la sua psicologia, o anche un film… Sicuramente per me è la parte più divertente, più tempo hai per farla e più riesci ad arricchire la cosa: anche perché spesso è nella noia che vengono fuori le cose: molli un attimo lo studio, vai a fare una passeggiata, oppure parli con qualcuno e ti viene in mente il film giusto che dovresti vedere, ecco. Sto cercando di riscoprirla un pochino la noia, perché la mancanza di tempo per fermarsi ce la creiamo noi, anche con gli smartphone, è difficile stare un attimo in pausa da qualcosa senza prendere in mano il telefono, mi ci metto io in prima persona. Sto cercando un po’ di impormelo, di mettere nell’altra stanza il telefono, di eliminare per qualche giorno instagram e poi ci rientro, se no mi rendo conto che sto sempre lì attaccata, ma senza motivo. Mi fa distrarre anche molto di più quando leggo, per non parlare dello studio…

Cosa ti meraviglia nell’interpretazione di un attore o un’attrice, quale abilità?

Quando finisco di vedere il film e mi sono dimenticata che quella persona stava recitando e penso che sia davvero quel che interpretava. Quando esco dal cinema e mi chiedo “ma quello lì stava recitando?”  Quando è in grado di farmi dimenticare che quello che sto vedendo è un film.

Dicevi che nel frattempo stai studiando storia dell’arte. In Perfetta illusione interpreti proprio una giovane curatrice. Lo hai vissuto un po’ come la chiusura di un cerchio?

Si, sto studiando, mi sto per laureare alla Ca’ Foscari… Dico ‘mi sto per’ perché non so quando succederà, però ormai ci sono vicina ed è una cosa di cui sono molto contenta. Ora che sono agli sgoccioli la sento forse un po’ pesante, vedo la luce in fondo al tunnel ma non sapendo mai con certezza i miei impegni futuri non so mai capire esattamente quando farò gli esami, e di conseguenza quando mi riuscirò a laureare. Devo dire che all’inizio quando ho fatto il provino per Perfetta illusione non pensavo mi prendessero, non mi sembrava di essere vicina al personaggio o a quel che potevano essersi immaginati. Invece Pappi (Corsicato, ndr) ha visto esattamente quello che cercava, e questo mi è piaciuto moltissimo. È proprio quello che trovo meraviglioso, la possibilità di far vedere alle persone cose di me che neanche io vedo. Poi in realtà era bello il personaggio e tutto il film, per questa vicinanza al mondo dell’arte che poi è il mondo di Pappi, lui negli ultimi dieci anni ha fatto soprattutto documentari di storia dell’arte. Ero contentissima di poter girare un film nelle grandi gallerie, quelle vere: ad esempio siamo andati a Milano Bicocca dove c’era la mostra di Cattelan. Il mio personaggio è un’aspirante curatrice, quindi per me è stato molto divertente giocare su quello e anche sul fatto che appartenesse all’alta borghesia milanese, quindi molto chic, molto curato, anche perché i miei personaggi precedenti erano più… (ride) scapestrati, diciamo, mia mamma li definisce “scappati di casa”.

Sempre nell’ultimo film di Pappi Corsicato ti ritrovi per la seconda volta invischiata in un ‘triangolo’ amoroso, dopo essertici trovata anche in Fedeltà. Non dev’essere un ruolo facile.

Sono due ruoli simili, ma per nulla uguali. L’aspetto divertente è stato proprio indagare i due tipi molto diversi di triangoli: quello di Fedeltà è molto più legato alla passione, al senso di colpa nell’essere innamorati di qualcuno di cui non puoi essere innamorata, diciamo che si tratta di un’indagine sentimentale. Invece quella di Pappi non lo è per niente, è un’indagine sull’ambizione, ai suoi personaggi frega relativamente poco degli altri, sono interessati solo a quello che possono ottenere dall’altro, molto più che all’amore. Ma è stato interessante e intrigante proprio per quello, perché non vuole essere un triangolo legato all’aspetto sentimentale. E il film gioca soprattutto sull’originalità visiva di Pappi, più che su una trama già sentita come quella di un triangolo. Quella che dipinge è una società portata alle estreme conseguenze, il suo cinema non lo vedo come un cinema realistico, ha una cifra piuttosto surreale, paradossale.

Torniamo indietro fino a Vetro, un film di cui si è parlato molto. Sul set con te c’era un grande attore come Tommaso Ragno.

Tommaso è incredibile, abbiamo fatto due settimane di prove recitazione prima delle riprese. Io provavo tutti i giorni, sia nella stanza che stavano finendo di preparare, che nella sala prove. Lui ha proposto di provare di spalle, quindi non ci guardavamo mai, ci ascoltavamo e basta. E questa è stata una dimensione bellissima, ti abitui a recitare in modo davvero diverso se devi pensare solo alla voce, a comunicare solo con la voce. A me è rimasta molto questa cosa di provare di spalle e di come lui usa i tempi, quasi fosse un metronomo, di come riesce a rendere le pause. È stato molto prezioso lavorare su questa cosa con lui e con il regista, Domenico (Croce, ndr), provando e riprovando per rendere più nostre le scene. Mi è rimasto proprio un grande insegnamento, di quelli in cui impari letteralmente ascoltando, sentendo come una persona lavora sul testo.

Il tuo ruolo, come pure il tema del film, è molto delicato, e si concentra per l’appunto sull’assenza di contatto di chi finisce nel tunnel dell’ikikomori.

È un film che mi ha aperto gli occhi su una tematica che non conoscevo e non si conosce, molto poco studiata in Italia. È difficile anche che venga riconosciuta come malattia, quindi per chi ci cade dentro non è semplice farsi aiutare. Io ho cercato anche dei testi per riuscire a capire il personaggio, ce n’erano davvero pochi, per fortuna una mia amica che aveva fatto un corso mi ha passato del materiale, ma una letteratura scientifica in materia non esiste. Le riprese le abbiamo fatte dopo il lockdown, dunque stare tutti chiusi lì dentro insieme a fare un film del genere è stato un po’ catartico, un po’ anche un rielaborare tutto, anche in modo tragico verso il finale… almeno per me è stato un po’ così. Un’esperienza totalizzante, abbiamo girato cinque settimane, è stata molto tosta. Tutto in una stanza, anche le cose che sembrano in esterni sono sempre girate nel teatro di posa del Centro Sperimentale. È stato davvero un tour de force: quando sono stata presa per il film ovviamente ero contentissima, però mi rendevo anche conto della sfida in cui mi stavo ad andando ad infilare.

Per la televisione, dopo il tuo primo ruolo in Pezzi Unici hai recitato anche per la fiction su un personaggio straordinario, nato 90 anni esatti prima di te: come ti sei sentita nei panni del premio nobel Rita Levi Montalcini?

Girare in costume, anni ’20 – ’30 è stato bellissimo, poi mi è piaciuto molto il fatto che tutti hanno in mente Rita Levi Montalcini già anziana, è difficile pensarla ventenne, trentenne.. quindi avevo un certo margine di manovra per immaginarmi come potesse essere la vita di questa donna incredibile. È stato molto bello concentrarsi sulla sua fierezza… La cosa che mi dicevano sempre era di tenere le spalle dritte! Poi girare a Torino, è stata un’esperienza veloce, perché io ho girato solo una settimana, ma davvero molto intensa. Un onore vero dare il volto a una donna che ha avuto una vita straordinaria in un periodo così buio della storia. Ah, avevo la parrucca, tra l’altro, perché sotto avevo i capelli cortissimi, avendo appena girato una serie per quattro mesi, La guerra è finita, dove facevo sempre una ragazza ebrea, ma appena tornata dai campi di concentramento, negli anni ’40. È stato un passaggio strano, due personaggi completamente diversi, anche se accomunati da una storia molto tragica.

Fa differenza per te l’essere scelta per una serie o per un film?

Se una storia è bella e il regista ha un’idea e del tempo per riuscire a farla bene, per come sono le serie e i film oggi, possono essere in egual modo dei progetti significativi. La serialità è molto cambiata, ci sono delle serie che sono davvero rivoluzionarie e paragonabili al cinema. Ad esempio una come Breaking Bad ha dimostrato come le serie possano avere grande significato e qualità e abbiano talvolta poco da invidiare ai film.

Restando sulle serie torniamo a Fedeltà, accanto a Michele Riondino, con cui avevi già lavorato in La guerra è finita.

È stato bello ritrovare Michele, poi è stato il primo grande progetto internazionale per me, forse anche quello per cui alla fine ‘mi riconoscono di più’: anche quella in effetti è la cosa divertente, se penso a Fedeltà. E poi la sceneggiatura prevedeva tutte le mie scene con Michele, quindi il fatto che potessi girarle con qualcuno che sapevo già essere un bravissimo attore, con una persona che conoscevo e con cui c’era un bel rapporto… è stata davvero una fortuna.

L’ultimo tuo film, invece, è Noi anni luce, di Tiziano Russo. Anche qui ti sei cimentata col tema della malattia.

È una storia che mi ha colpito molto, soprattutto per il modo in cui ha voluto raccontarla il regista, lasciandoci molta libertà, quasi di improvvisare, di tirare fuori l’autenticità. Mi sono sentita molto cresciuta, grazie a questo film. Ed era quello che serviva anche al film stesso, che comunque parla di vita, di crescita e anche di temi delicati come la malattia: il mio personaggio scopre di avere la leucemia. Ed è quello il percorso del film, in cui lei confrontandosi con la morte… impara a vivere.

Parliamo del presente, e soprattutto futuro: c’è qualcosa sul fuoco, nuovi progetti? C’è un ruolo che ti piacerebbe ti offrissero, più di ogni altro?

Ho appena finito di girare un altro film, di cui però non è uscito praticamente niente sulla stampa, diciamo che lo tengo per me… e poi ci sono altre cose in via di definizione, ma abbastanza sicure per l’estate. Più che da un genere sono felice di farmi sorprendere dalle storie. Diciamo che non penso mai a un ruolo in particolare che mi piacerebbe fare. Fatta questa premessa, amerei molto e mi divertirebbe tantissimo fare un film in costume, tipo 700-800, mi piacerebbe proprio. Deve essere anche impegnativo recitare con tutti quei costumi, le parrucche, ma penso che in uno di quei film alla Jane Austen mi divertirei proprio tanto.

Giovanna Pasi
02 Aprile 2023

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