Arriva al cinema ‘Manodopera’. Ughetto: una storia d’amore, memoria e gratitudine

Da oggi 31 agosto in sala: le parole del regista


Poesia pura. Da oggi, giovedì 31 agosto, arriva finalmente al cinema Manodopera, il film di animazione scritto e diretto da Alain Ughetto con le musiche del premio Oscar Nicola Piovani.

Presentato un anno fa ai festival di Annecy, Locarno, Torino, Lipsia e Yokohama, poi pluripremiato ovunque, a partire dall’Efa per il miglior lungometraggio d’animazione europeo o dai Premi della Giuria e Fondazione Gan per la Distribuzione all’Annecy International Animation Film Festival 2022, il film di Ughetto è la storia di tre generazioni di migranti, tanto dura e drammatica quanto il tema che porta con sé. Una storia di fame, miseria, guerre e malattie raccontata con un linguaggio fatto di sola bellezza, grazie a un’animazione di livello altissimo a passo uno (oggi più conosciuta come ‘stop motion’), che vola con leggerezza per 70 minuti che vorresti non finissero mai, capace di commuovere e toccare il cuore.

LA STORIA E IL LIBRO DI NUTO REVELLI

L’arco narrativo del film ha inizio nel Piemonte di inizio Novecento in un paesino alle falde del Monviso, e ha come protagonisti i nonni del regista, Cesira e Luigi. “Mio padre mi raccontava che in Italia c’era un paese dove tutti portavano il nostro cognome, questa storia mi aveva sempre intrigato, sin da quando ero bambino” – spiega Ughetto nell’incontro agostano con i giornalisti. “Ma né mio padre né io parlavamo italiano, dunque la cosa si fermò lì. Dopo la sua morte questa curiosità si è rafforzata e sono andato in Piemonte: lì ho visto coi miei occhi che esiste davvero un paesetto che si chiama Ughettera, cioè la terra degli Ughetto. E questo mi ha fatto ritornare la voglia di seguire a ritroso quello che era stato il percorso dei miei nonni quando erano arrivati in Francia. Avevo sentito già le storie dei cugini e delle cugine e raccolto un po’ di testimonianze per quanto riguarda la parte francese di questa loro storia. Poi, arrivato in Italia mi sono imbattuto in un libro che si chiama Il mondo dei vinti, di Nuto Revelli: non raccoglieva esattamente le testimonianze dei miei nonni, ma sicuramente quelle di persone che avevano vissuto, in quello stesso periodo, quella stessa odissea che avevano vissuto i miei. Raccontava le condizioni di miseria, le guerre, e tutto quello che avevano dovuto sopportare per poi arrivare in Francia. È stato in quel momento che mi è venuta l’idea di raccontare questa storia con un film, che ho cominciato a mettere in piedi questa macchina che avrebbe portato poi alla sua realizzazione”.

IL TITOLO ORIGINALE: INTERDIT AUX CHIENS ET AUX ITALIENS

Manodopera è il racconto – oggi quanto mai necessario – di quando eravamo noi quelli a cui era vietato l’ingresso. Le discriminazioni subite dagli emigranti in quegli anni, infatti, sono immortalate perfettamente nel titolo originale del film Interdit aux chiens et aux italiens, Vietato ai cani e agli Italiani, al centro di una scena del film. “Era un cartello che si incontrava in diversi bistrot in Francia, Svizzera, Belgio: per questo ci ho tenuto a mostrarlo” – spiega ancora il regista. “Mi sono messo nei panni di mio nonno e mia nonna, ho pensato a come abbiano potuto resistere, a come abbiano sopportato di arrivare in un posto e trovarsi di fronte a un cartello come quello. Perciò per me è stato importante fare quella scena. Oggi purtroppo il razzismo è ancora fra noi, i migranti non sono accolti come dovrebbero essere accolti da nessuna parte, né in Italia né in Francia: la storia continua a ripetersi”.

UN ATTO D’AMORE. E UNA STORIA D’AMORE

Il regista ha scelto di essere anche lui in scena attraverso la sua mano, unica presenza umana tra i pupazzi animati: una mano che ogni tanto appare per accompagnare dolcemente le scene che coinvolgono i suoi nonni, accarezzando le loro piccole mani, nel vero senso della parola. La vera narratrice invece è la nonna Cesira, con cui ‘la mano’ dell’autore dialoga, offrendo oggetti a lei e agli altri personaggi. “Io sono il nipote di Cesira e Luigi,” – continua Ughetto – “non sono certo un osservatore estraneo a questa storia, ma parte integrante: è grazie a loro, alla loro fatica, a quel che hanno fatto e vissuto, che io oggi sono qui e faccio quello che faccio. Insomma è la mia maniera per ringraziarli, e la mano, la mia mano, è proprio il modo che ho scelto per raccontare quella che per me è una bellissima storia d’amore”.

LA TRAGEDIA DELLE GUERRE

“Se le madri dei soldati avessero vissuto un solo istante della guerra, li ammazzerebbero tutti, i fascisti, i tedeschi, i generali… Li strangolerebbero!” È molto difficile trovare una persona ‘vera’ che riesca ad esprimere così bene e con tanta forza come l’essere umano possa in quanto tale rifiutare totalmente l’assurdità delle guerre. Quanto invece riesce perfettamente al personaggio realizzato con tessuto e caucciù che interpreta Luigi – il formidabile nonno baffuto del regista – quando parla con rabbia delle madri dei ragazzi mandati al macello. “È stato molto difficile trovare delle testimonianze dirette, perché mio padre non aveva voglia – e lo capisco – di parlare, di ricordare quello che aveva vissuto durante la guerra:” – racconta Ughetto – “un po’ come è accaduto anche a tanti sopravvissuti all’olocausto, che hanno difficoltà a parlare di quel che hanno passato, mio padre non voleva mai parlarne. Per questo motivo ho chiesto aiuto a una mia amica, ho chiesto a lei di fargli la domanda. E in effetti lui ha risposto dicendo quanto era stata dura quell’esperienza, ma non è andato molto più a fondo, e soprattutto dopo quel racconto ha avuto una notte molto agitata, ricordare e parlare di quei momenti non gli aveva fatto per niente bene”.

TECNICA E POETICA DELLA ‘STOP MOTION’

“Ho scelto la tecnica della stop motion proprio perché permette di esplicitare l’importanza del lavoro manuale, delle mani” – continua il creatore di Manodopera. “Mio nonno era un grande bricolair, faceva tante cose con le mani, era bravissimo. Un talento, una capacità che ha trasmesso a mio padre e mio padre l’ha trasmessa a me, anche io amo molto lavorare con le mani. Quindi in questo film ho cercato proprio di mostrare l’importanza del lavoro manuale che si tramanda da una generazione all’altra. E quanto siano importanti le mani. Non a caso alla realizzazione di questo film hanno partecipato tantissime mani, venute dal Portogallo, dalla Svizzera, dall’Italia, dalla Francia. E poi forse la tecnica della stop motion per animare questi pupazzi permette di andare un po’ di più verso la poesia e di mantenere una certa distanza nel raccontare questa storia. Perché io volevo raccontare la storia di tre generazioni di migranti, non solo di una. Quando invece si parla di migrazione in chiave contemporanea, solo legandola all’attualità, le cose prendono un’altra forma. Invece io volevo allargare lo sguardo attraverso la storia di uno di loro, di una famiglia, per parlare della storia di una collettività. E di solidarietà, un valore molto importante: oggi sicuramente la maniera di condividere è diversa, le nuove tecnologie è tutto  differente, ma sarebbe auspicabile e bellissimo se nel mondo la solidarietà continuasse ad avere una valore così importante”.

IL RAPPORTO COL CINEMA ITALIANO

“Io ho un nonno italiano, ma la mia italianità si ferma lì perché poi anche loro, i miei nonni, e poi anche i miei genitori, si sono sentiti completamente francesi” – spiega ancora il regista. “Però la mia curiosità intellettuale e gli studi che ho fatto mi hanno riportato verso l’Italia: ho cominciato a interessarmi molto presto al cinema italiano, alla commedia italiana e alla letteratura italiana, che mi hanno permesso di conoscere l’Italia molto più che attraverso la mia famiglia. Così quando ho deciso di fare questo film ho detto ok, raccontiamo una storia sicuramente triste e tragica, ma non devo essere pesante, devo fare un film con umorismo e ironia elegante, un po’ alla Ettore Scola, che sapeva raccontare anche cose terribili con il suo elegante umorismo. Per me è questo il tratto distintivo dei film italiani: l’eleganza dell’umorismo nel raccontare anche storie difficili. Penso a Scopone scientifico, a Brutti sporchi e cattivi, a La strada: questi sono stati i film con i quali sono cresciuto e che hanno nutrito la mia immaginazione. Ed è su questo tono che io ho voluto realizzare il film, perché questa è la cosa che ho sempre amato del cinema italiano”.

L’IMPORTANZA DELLA VISIONE DEI PRODUTTORI

“Per fare un film del genere è sicuramente importante avere una sceneggiatura solida – aggiunge Ughetto. “Però io ho anche la fortuna di lavorare da tanti anni con un produttore con il quale abbiamo già realizzato due film e siamo sul punto di produrne un terzo, che mi segue, che condivide la mia visione perché anche lui ama fare cose leggermente diverse: in quest’industria che continua a ripetere se stessa produrre dei film differenti è sicuramente molto importante, e lui è d’accordo con me su questa strada”.

LA COLLABORAZIONE CON NICOLA PIOVANI, “UN SOGNO”.

“Collaborare con Piovani è stato un sogno. Io ascoltavo la sua musica, la conoscevo e ho capito che volevo lui per accompagnare musicalmente la mia storia” – dice il regista. “Quindi gli ho scritto chiedendogli esattamente questo: lui è rimasto un po’ sorpreso perché non aveva mai fatto le musiche per un film di animazione, ma ha accettato subito la sfida. Dopodiché la collaborazione è andata in maniera magnifica, anche perché a lui ho spiegato quel che racconto su mia nonna Cesira: lei era italiana, ma nel momento in cui è arrivata in Francia ha voluto essere ‘più francese delle francesi’, fino a non voler mai più parlare la sua lingua madre. Poi però l’Italia era sempre dentro di lei, vestiva di nero, la cucina era quella italiana, gnocchi e polenta, e poi lo chignon in testa… Insomma aveva conservato l’Italia dentro di sé, ma non la tirava mai fuori: questa è l’idea che ho esposto a Nicola Piovani e lui ha capito al volo quello che io volevo fare, accompagnandomi musicalmente in questo viaggio. Dopodiché il lavoro è stato magnifico, è un vero signore, lavorare insieme a lui è stato veramente un sogno”.

UN FILM PER LE NUOVE GENERAZIONI

“Sicuramente lavorando a questo film quel che ho imparato è da dove vengo, qual è la mia origine” – chiosa Ughetto. “È una cosa che ho voluto fare non soltanto per me, ma anche per i miei figli, per i miei nipoti, perché è importante sapere da dove si viene, è importante conoscere le proprie origini, in generale. E adesso che le conosco, sono contento non solo per me, ma anche per i miei figli e per quelli che verranno dopo”.

 

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Manodopera – Interdit aux chiens et aux italiens

un film di animazione di Alain Ughetto con le musiche originali di Nicola Piovani

Una produzione Les Films du Tambour de Soie, Graffiti Film, Vivement lundi!, Foliascope, Lux Fugit Film, Nadasdy Film, Ocidental Filmes, in collaborazione con Film Commission Torino Piemonte – Piemonte Doc Film Fund, Ministero della Cultura – Direzione generale Cinema e Audiovisivo, Eurimages.

DAL 31 AGOSTOAL CINEMA, distribuito da Lucky Red

L’arrivo in sala è anticipato da un tour di proiezioni con il regista e una mostra ad hoc al museo della Migrazione italiana di Genova, aperta dal 5 agosto.

 

 

di giovanna pasi

Giovanna Pasi
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