Ari Folman: “per ‘The Congress’ rifiutai Cate Blanchett”

Il regista, sceneggiatore e compositore israeliano riceve il Premio alla Carriera a Cartoons on the Bay. Per l’occasione vengono riproiettati i suoi capolavori Valzer con Bashir e The Congress


PESCARA – Il regista, sceneggiatore e compositore israeliano riceve il Premio alla Carriera a Cartoons on the Bay.

Per l’occasione vengono riproiettati i suoi capolavori Valzer con Bashir e The Congress, oltre all’ultimo suo film Anna Frank e il diario segreto, tratto da una graphic novel di successo. E’ anche un momento di incontro con il pubblico e la stampa, moderato con abilità da Oscar Cosulich e Ariela Piattelli. Così Folman racconta a CinecittàNews la sua visione del mondo e della settima arte.

Oggi, con l’affermarsi delle tecnologie Deepfake e delle Intelligenze Artificiali, The Congress diventa ancora più attuale…

Ho scritto il film nel 2009 e non potevo sapere come si sarebbe sviluppata la tecnologia nel mondo, e ho immaginato che gli attori fossero scansionati e che la loro immagine diventasse proprietà di una multinazionale, ma già nel 2012 scansionavano attori. Lo abbiamo fatto con Robin Wright e lei era impressionata dalla qualità dello scan. Oggi è diventato normale. Si possono fare film addirittura senza attori. E’ un processo di soli cinque minuti. Bruce Willis ha venduto la sua immagine ad alcune società. Chiaramente per gli Studios questo è molto vantaggioso, ma penso che gli scandali e le curiosità che attorniano gli attori, che si parli di droga o altro, sono insostituibili per attirare pubblico. Non lo puoi fare con gli attori scansionati, manca la storia dietro la storia. Forse tra dieci anni nemmeno ci preoccuperemo di sapere se gli attori sono stati scansionati o sono reali.

Qualcuno ha chiesto a Kathleen Kennedy, produttrice Disney se la digitalizzazione di Harrison Ford in Indiana Jones e il quadrante del destino possa rappresentare il futuro. La risposta è stata no. Cosa ne pensa?

Non sono in grado di predire cosa piacerà alle nuove generazioni. Quando ero piccolo non avevamo la televisione. Oggi i genitori pregano i loro bambini di staccarsi da TikTok. Crescono con i videogiochi, che vengono trasformati in serie per Netflix di grande successo. Non credo che guardino meno cinema, piuttosto vedono meno televisione. Non possiamo prevedere, né io né Kennedy, cosa accadrà tra vent’anni. Sono sicuro solo di una cosa: lo storytelling resterà sempre. Il frammento della storia rimane, ma non abbiamo indizio di come possa essere raccontato. Dieci anni fa ci hanno detto che non ci sarebbero stati più dischi, per via di Spotify, ma invece ci sono ancora. Abbiamo avuto molte tecnologie al cinema che non hanno funzionato, pensiamo al 3D.

Ci racconti come ha concepito le idee per Valzer… e Anna Frank

Non faccio mai piani sui miei film, accadono e basta. Per Valzer con Bashir, pur avendo esperienza di guerra, posso dire che il film non ha niente a che vedere con la realtà. Sembra un sogno totale, forse un incubo, ma la realtà presto scompare radicalmente e ne arriva un’altra alternativa, che riesci a percepire con la mente. E’ un film sui ricordi, più che sulla guerra, e non si poteva che fare con l’animazione. L’animazione permette una resa fluida nel racconto dei sogni in termini reali. Ho mostrato il film a soldati affetti da sindrome post traumatica, da diverse guerre e in diverse fasi del disagio. Il filtro dell’animazione li allontana dal ricordo crudo e gli permette di cominciare a guarire. Per Anna Frank invece ho cercato un modo di creare corrispondenze e empatia anche in relazione al mondo moderno, per far sì che anche i giovani le recepissero. Anche in questo caso l’animazione si è rivelata il mezzo migliore. Questo aiuta anche i genitori, che spesso hanno paura di portare i figli a vedere film che parlano di cose drammatiche o importanti, piuttosto che film divertenti.

Però in Valzer…, alla fine, sceglie di riportare lo spettatore alla realistica brutalità della guerra, con un minuto di live action che è un pugno in faccia.

Era una decisione ideologica, volevo prevenire situazioni per cui gli spettatori pensassero solo alla bellezza di un film animato con tutte le carte estetiche a posto. Volevo essere chiaro: tutti questi eventi sono accaduti. Se c’è un sogno, un’illusione, nel finale del film dovevo romperla, ed è stata per me la decisione giusta.

E invece qual è il rapporto del film su Anna Frank con la graphic novel del ‘Diario’, che le è stata associata?

L’idea era creare una graphic novel appositamente per attirare i produttori. Il diario graficizzato di Anna Frank è stato molto usato da genitori e insegnanti, spesso anche al posto dell’originale, per convincere i ragazzi a leggerlo. E’ diventato presto il progetto importante, pari al film e forse addirittura superiore.

La protagonista del film però è Kitty, l’amica immaginaria di Anne…

Anne Frank dà una descrizione precisa della sua amica immaginaria nel diario. Ho chiesto al designer di illustrarla e ho capito subito che lei doveva essere la narratrice del film e non Anna.

Il film si intreccia con la storia attuale e, purtroppo, con le sue guerre ancora in atto. Cosa l’ha ispirata?

C’è una Anna Frank bosniaca che ogni giorno raccontava del suo villaggio assediato su Internet. Un giorno sono arrivati dei signori con degli elicotteri che l’hanno prelevata e l’hanno portata negli studi di France 2. Ha detto “morirò come il mio idolo, Anna Frank”, ed è stato un tripudio di applausi. Purtroppo ho saputo che non è sopravvissuta alla guerra, ho pensato che fosse una storia incredibile. I deportati di Auschwitz non hanno nemmeno avuto la possibilità di diventare rifugiati. Forse le due situazioni non si possono nemmeno paragonare, quindi mi aspettavo che sarei stato criticato, soprattutto dal mondo ebraico, ma non è accaduto.

Tornando a The Congress, è vero che inizialmente doveva essere interpretato da Cate Blanchett?

I miei produttori volevano Blanchett ma qualcosa non andava, non ero convinto. Robin era la persona giusta Abbiamo dovuto gestire le differenze di tempi tra L.A. e Tel Aviv. La storia è stata reinventata per lei.

Ci porta più vicini alla verità l’animazione o il live action?

Non credo nel concetto di ‘verità’ in arte. Tutto è soggettivo. Se sposti la videocamera cambi il significato della realtà. Non mi interessa dire la verità. Spesso mi è stato detto che usare l’animazione allontana dalla verità, ma questo è vero anche se si usa soltanto una telecamera digitale. Noi facciamo magia.

Sa già che tecnica userà per ciascuna storia?

Come ho detto, non faccio piani, per non bloccarmi. Con Anna Frank abbiamo deciso di costruire prima i background e poi di metterci sopra i personaggi animati in 2D. Poi ho pensato di usare pupazzi per tutto il film. Tra le prime decisioni che abbiamo preso c’è stato il colore.

Cosa ne pensa di questo sovrabbondare di film di super-eroi? In fondo anche la sua Anna Frank è tratta da un fumetto…

Non mi piacciono molto i film di supereroi, ma alcuni sono molto brillanti, non vedo l’ora di vedere Spider-Man: Across the Spider-Verse. Mi piacciono anche film più “stupidi” ma divertenti, come Deadpool o i Guardiani della Galassia. I miei figli ne vanno pazzi. Personalmente non considero Anna Frank una supereroina. Casomai Kitty, Ma vi prometto che non farò nessun sequel.

Usa mai i suoi figli come ‘screen tester’?

Sempre. Sono molto coinvolti. Mia figlia mi ha seguito a Cannes, e mi ha detto che non ricorda la sua vita prima di Anna Frank. Era molto piccola quando ho iniziato la lavorazione, che come sempre è stata molto difficoltosa.

Lei cosa guarda?

Personalmente – a parte il nuovo Spider-Man –  vedo film ‘arthouse’ o vecchia scuola, ma non solo al cinema. Anche a casa. Da poco ho recuperato alcuni film di Alice Rohrwacher, ed è una grande voce del vostro cinema. Invece non ho pazienza per le serie, non arrivo oltre la settima puntata.

Pensa che l’animazione possa cambiare il mondo?

L’animazione resta relegata a un pubblico di nicchia, quindi magari non cambia le cose a livello massivo, ma ci permette di raggiungere i bambini, e queto è importante. E non deve necessariamente essere politica. Pensiamo a Inside Out, un film coraggioso, che parla di depressione, e i ragazzi possono riconoscercisi, è importante e divertente allo stesso tempo, pur essendo molto dark. C’è sempre una certa dissonanza tra il filmmaking in animazione – che può durare molto ed essere anche un inferno –  e il pubblico che raggiungi, perché c’è uno iato di tempo importante tra quando cominci e quando arriva il pubblico.

Che importanza dà ai premi, come quello che le stanno per consegnare?

L’ultima volta che ho ricevuto un premio alla Carriera sono quasi morto in un incidente in nave. Stavo quasi pensando di rifiutare questo, perché sono superstizioso, ma non potevo dire no all’Italia.

Il cinema è in crisi. Riflessioni a riguardo?

Sicuramente non c’entra il Covid, è una cosa che ha a che fare con l’economia. Quando sono usciti fuori i primi Multiplex bisognava spostarsi da casa, ma la vita è diventata più cara. Per spostarti devi pensare al viaggio, alla benzina, alla babysitter. Invece sono arrivate le piattaforme streaming con schermi enormi a casa che costano sempre vero. E’ certamente una cosa differente vedere un film su grande schermo, ma è anche una visione romantica. Paradossalmente in sala arrivano prima film di nicchia, oppure ovviamente i film Marvel, che la gente vede in sala perché oggettivamente l’esperienza a casa non è riproducibile. Quelli che ne soffrono di più sono i prodotti di fascia media.

Ci parli dei suoi progetti per il futuro…

Sto lavorando a due live action, mentre in animazione non so ancora se farò un film o una serie tv, sto provando entrambe le strade. Parlerà di un divorzio, dal punto di vista dei bambini. Ma le protagoniste saranno delle scimmie, che sono animali monogami, anche più degli uomini.

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01 Giugno 2023

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