Santambrogio: “Ho potuto dirigere Lav Diaz perché non sta in una torre d’avorio”

L’intervista al regista di 'Taxibol', in Concorso nella sezione BFF DOC del Bardolino Film Festival, che come interprete del suo film in bianco e nero, girato a L’Avana, vanta l’autore filippino

Santambrogio: “Ho potuto dirigere Lav Diaz perché non sta in una torre d’avorio”

BARDOLINO – Taxibol. L’Avana. Lav Diaz – regista filippino – e Gustavo Flecha – loquace tassista – discutono di politica, migrazione, condizioni sociali e amore. Un incontro così originale potrebbe sembrare possibile solo nella fantasia del cinema di finzione, e invece la realtà supera la fantasia, con il risultato di un’efficace “partitura” dei dialoghi.

Tommaso Santambrogio, l’autore, riesce a far passare anche l’atmosfera cubana d’ambientazione e di appartenenza del taxista e, al contempo, far sì far che non sovrasti quella filippina, e viceversa, riuscendo in un mélange culturale vivace e intimo. Potente l’idea dell’immagine di Cuba, coloratissima per eccellenza, qui in bianco e nero, spingendo così ancor di più i colori della sua anima. Taxibol è il biopic di due Paesi, uno spaccato biografico di un artista particolare come Diaz e, altrettanto, dell’uomo comune della Cuba contemporanea: ingredienti apparentemente a contrasto, che restituiscono una ricetta riuscita.

Il film di Santambrogio è in Concorso al Bardolino Film Festival, nella sezione dedicata ai documentari – BFF DOC.

Tommaso, quello che mette in scena è così incredibile che potrebbe sembrar possibile solo in un racconto di finzione. È come se ogni dettaglio, ogni battuta, ogni silenzio, fossero scritti. Su che scrittura s’è basato il film? 
Il processo di scrittura è stata una delle cose più interessanti per me da approcciare: non esiste una scrittura e l’approccio durante le riprese è stato quello di seguire un canovaccio di tematiche, che avevo determinato a seguito del tempo passato con loro, per cui sapevo ci fosse terreno fertile da entrambe le parti, dunque il contenuto è farina del loro sacco, della loro esperienza. L’idea che ho cercato di mantenere è stata che la prima parte funzionasse come un dialogo di finzione, con una scrittura che non c’è stata ma c’è stata poi con il montaggio e con l’uso di piano e contro piano; la seconda parte, invece, di finzione pura, è costruita con attori, con il richiamo di stilemi e strutture del cinema di osservazione. La scrittura, nella prima parte, s’è composta asciugando un dialogo di scambi tra due personaggi, che parte dal mio conoscere entrambi molto bene, cosa che mi ha permesso di cogliere punti di contatto nelle loro storie personali, nell’approccio al lavoro, nell’attaccamento alla propria identità e alla storia del proprio Paese.

Un rischio possibile era che la personalità dell’uno soffocasse l’altra, vicendevolmente, e invece c’è un bilanciamento equilibrato, che fa emergere distintamente le due identità. C’è stata una sua guida specifica o un affidarsi del tutto all’improvvisazione?
Ho lasciato all’improvvisazione quasi tutto. Io sapevo già cosa avrebbero detto in relazione alle specifiche tematiche, perché erano discorsi che avevo già sentito, e avevo già visto come fossero lanciati su certi argomenti: sapevo della relazione che aveva avuto Gustavo, da poco terminata, così come della ex moglie di Lav; così come sapevo la passione di entrambi per le loro professioni. Erano tutte parole che io personalmente avevo già ascoltato. Ho giocato anche sull’abitudine a raccontare, differente: Lav è abituato a uno storytelling consolidato, e nel contesto più privato ha potuto aprirsi su argomenti di solito non detti; dall’altro lato, Gustavo, lavorando come taxista, ha un’abitudine di racconto e confronto con tante persone, narrando la sua storia e il suo backround. L’impressione che avevo avuto salendo la prima volta sul suo taxi era stata di entrare in un film di Panahi o di Kiarostami, per la loquacità, l’intelligenza e la capacità di risposta sempre pronta. Tra l’altro, in coda a tutto, ho scoperto che Gustavo fosse stato l’ultimo soggetto ripreso proprio da Kiarostami, di cui lui non si ricordava neanche il nome, se non che fosse stato ripreso da un altro regista venuto a insegnare alla Scuola di Cinema e che fosse iraniano.

Se Taxibol fosse un film di finzione sarebbe facile immaginare come sia stato ingaggiato un regista nel ruolo di se stesso, ma un doc comporta una palese esposizione di sé non filtrata dalla fiction. Come ha coinvolto e convito Lav Diaz? 
Penso che una cosa determinante, non solo nel documentario ma anche nel film di finzione, sia la capacità di ascoltare, che un po’ si sta perdendo, che io sto cercando di allenare e trattenere. Lav Diaz era docente di riferimento della Scuola di Cinema di Cuba, dove io stavo studiando, facendo una residenza di cui era referente: chi si interfacciava con lui da allievo gli chiedeva principalmente di supervisionare i propri lavori, invece io ho avuto modo di parlargli spesso fuori dal contesto scolastico, e gli ho proprio chiesto se – al posto che visionare un mio lavoro – avesse voluto prendere parte a un mio lavoro; e lui s’è prestato, senza problemi: ‘proviamo’, mi ha detto. Nei ritagli di tempo di Lav, in due giornate differenti, abbiamo fatto due sessioni di riprese, da un’ora ciascuna, girando in macchina con Gustavo per tutta San Antonio, questo avveniva nel 2019, subito dopo cui sono stato con Diaz a lavorare nelle Filippine. Durante il lockdown ho cominciato a montare quel girato, estrapolando le parti più funzionali alla struttura che avevo in mente, anche per la costruzione della seconda parte.

Diaz, in quanto regista, s’è rimesso completamente alla sua direzione dietro la mdp, oppure è emerso il suo punto di vista, magari con suggerimenti artistici o tecnici? 
Lav non è un regista che nel momento in cui s’interfaccia con altri autori cerchi di imporre il proprio punto di vista o di condizionare gli altri; anzi, la cosa che mi è più piaciuta, e per cui sono legato tanto anche al suo punto di vista, è il suo approccio di libertà. Ho avuto a che fare con diversi registi nel mio percorso e quello che mi è piaciuto molto di Diaz è l’assenza di una torre d’avorio intorno a sé, nel modo di relazionarsi con altri sguardi e altri immaginari, cosa che invece spesso riscontro in tanti registi, a cui intessa solo la propria campana.

Gustavo sembra un attore esperto, ha tempi perfetti, un profilo definito, è davvero ‘un personaggio’. C’è stato un approccio neorealista al casting? Come l’ha diretto? 
La cosa molto importante quando crei una vision du réel è trovare le persone giuste da coinvolgere. Nel momento in cui avevo passato del tempo con Gustavo e ascoltato come proponesse un contenuto e poi come interagisse, il dialogare in macchina gli è venuto naturale: certo, senza immaginare di farlo recitare in piedi con una camera addosso, ma seduto nel suo taxi, senza altre persone intorno a parte Lav Diaz e me. Ho lavorato molto sulla naturalezza dei gesti. Io l’ho conosciuto prendendo il taxi, lui lavorava a San Antonio e, essendo la Scuola di Cinema un po’ isolata, tra quella zona e L’Avana, a 20 minuti, mentre stavo girando Gli oceani sono i veri Continenti, facendo avanti e indietro, anche a orari improbabili e notturni, ho spesso preso il taxi con Gustavo: ci ho parlato tanto, sono stato a casa sua a prendere il caffè, abbiamo passato così tanto a condividere che abbiamo creato un rapporto al di là della necessità del taxi. Si è creato un rapporto di fiducia per cui, quando gli ho proposto di recitare, lui s’è messo a disposizione perché si è trovato in una situazione con cui era confidente. Con tutti gli attori, con lui, come con Lav, penso la fiducia sia la base di tutto.

Se si pensa a L’Avana, si pensa ai colori, magari scrostati, magari sbiaditi, ma c’è colore dappertutto, e invece lei fa una scelta fotografica opposta, il bianco e nero, in contrasto con l’immaginario cromatico del luogo, che però riesce a non mortificare, anzi stimola a sentirne il calore. Perché questa scelta estetica? 
Principalmente per voler rimuovere l’immaginario collettivo post coloniale e turistico, e approcciare Cuba con uno sguardo diverso e permettere allo spettatore di confrontarsi con i soggetti, con i luoghi, con uno sguardo di scoperta, meno viziato. Cuba, proprio perché nell’immaginario è pieno di colori vivi, porta a scegliere il bianco e nero, è qualcosa che viene naturalmente: così, come se volessi raccontare Venezia, al posto di raccontare i gondolieri racconterei i barchini, la quotidianità reale. Conoscendo io il luogo da anni, il contesto, la cultura, essendo anche un regista straniero, l’ultima cosa che avrei voluto fare sarebbe stata una cartolina.

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20 Giugno 2024

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