Kamal Aljafari: “Il cinema palestinese lotta per esistere, come il nostro popolo”

Kamal Aljafari è alla Mostra di Pesaro in concorso con 'A Fidai Film', lungometraggio sperimentale che ci trasporta dentro la storia del popolo palestinese attraverso il found footage e la sua rielaborazione

Kamal Aljafari: “Il cinema palestinese lotta per esistere, come il nostro popolo”

PESAROKamal Aljafari è alla Mostra di Pesaro in concorso con A Fidai Film, lungometraggio sperimentale che ci trasporta dentro la storia del popolo palestinese degli ultimi settant’anni e oltre con un uso del found footage estremamente creativo e nettamente politico. Il punto di partenza è l’anno 1982 quando l’esercito israeliano invade Beirut e saccheggia il Palestinian Research Centre con l’archivio di foto e immagini in movimento. Il ritrovamento di questi materiali, che il regista sottopone a rielaborazioni grafiche (il rosso è il filo conduttore di questi inserti), vuole riparare quella perdita e ricomporre le tracce della storia di un intero popolo che dal 1948 è stato espropriato dalla sua terra. Ma le immagini si riferiscono anche ai decenni precedenti con la dominazione britannica della zona.

Le opere di Aljafari, originario di Ramla, sono state apprezzate alla Berlinale come a Locarno, oltre che al MoMA e alla Tate Modern. Dopo la formazione all’Academy of Media Arts di Colonia e un soggiorno a New York, il regista e produttore vive a Berlino e fa parte di quel cinema della diaspora palestinese di cui sono esponenti autori come Michel Khleifi e Elia Suleiman, ma il suo stile assolutamente originale lo accomuna anche a due autori come Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi. A Fidai Film, realizzato con l’apporto del programma Final Cut in Venice, è stato selezionato a Visions du Réel prima di essere proposto a Pesaro.

Come ha recuperato i fotogrammi rubati nel 1982?

Erano due gruppi di immagini, film fatti da palestinesi con intenti di propaganda per mostrare ad esempio la vita nei campi profughi, e immagini girate dagli israeliani. Ho condotto un lungo lavoro di ricerca per recuperare delle copie presso privati, la mia idea era quella di creare un contro-archivio.

Le immagini storiche ricostruiscono sia momenti di vita quotidiana sia episodi del decennale conflitto.

Era importante fare questo film, perché dalle immagini storiche emerge con chiarezza il modello della colonizzazione. Già durante la dominazione britannica è chiara l’oppressione nei confronti di singole persone o le punizioni collettive. Durante il mandato britannico, negli anni ’30, in particolare nel 1936, ci fu una rivolta e uno sciopero di sei mesi per tentare di bloccare il progetto di creazione di uno Stato ebraico. In quella fase gli inglesi uccisero o ferirono il 10% della popolazione. La Gran Bretagna ha una lunga tradizione di colonizzazione e aveva maturato un’esperienza specifica nella repressione contro gli irlandesi. Dalle immagini storiche emerge che i palestinesi subiscono questa situazione decennale senza avere alcuna colpa né dello sterminio degli ebrei né dell’antisemitismo. Ma il modello che viene applicato è lo stesso dell’America Latina o dell’Africa e le conseguenze sono le stesse del colonialismo ovunque nel mondo.

Considera questo film un gesto politico?

Il mio lavoro in sé è politico. Il fatto di voler mostrare queste cose è politico. Ma la sua espressione è poetica.

Il suo prossimo progetto è un film di finzione.

Sì, su Jaffa, anche se adesso sarebbe complicato e pericoloso lavorare lì e quindi lo girerò in studio. In Palestina c’è un’atmosfera di aggressione. Mia madre vive lì, a Ramla, io sto a Berlino. Guardare tutto da lontano fa ancora più paura. Oggi assistiamo a un livello di violenza maggiore rispetto al passato, è in corso un eccidio di massa. Ogni giorno 300 o 400 civili vengono uccisi a Gaza. Anche nei Territori Occupati la situazione è fuori controllo. Sono pessimista perché quello che sta accadendo è il risultato di enormi cambiamenti nella società israeliana, cambiamenti che sono in atto da tempo, perché negli ultimi venti anni c’è stata la politica degli insediamenti. L’opinione pubblica è cambiata. Inoltre persone e governi non capiscono che chi subisce un’occupazione sviluppa aggressività e resistenza. Se non fosse Hamas sarebbe qualcun altro. L’OLP era un movimento secolare ma non è servito, del resto anche Arafat era considerato un terrorista. Non c’è un gruppo di estremisti che, se li uccidi, risolvi il problema. Il male è nel sistema dell’occupazione.

Perché la scelta di passare dal documentario alla finzione?

Desidero fare nuove esperienze e ci sono cose che si possono esplorare solo con la fiction. Ma penso che manterrò un forte legame con il documentario, per esempio voglio lavorare con non attori e usare materiali di repertorio.

L’arte può fermare la guerra?

E’ difficile creare oggi. Cos’è l’arte mentre i bambini muoiono? Gli artisti palestinesi si chiedono qual è il significato della loro pratica in queste condizioni. Ma bisogna continuare ad esistere proprio perché il genocidio vuole distruggere un popolo. Creare vuol dire dare uno spazio alla speranza e condividere con gli altri questa speranza. Le conseguenze di quello che sta accadendo andranno avanti per generazioni. Quando finirà, se finirà, la guerra continuerà in altro modo. Ci sono bambini che hanno perso un braccio o una gamba, altri che hanno perso la famiglia. Questo porterà ancora più violenza. Per vivere insieme ci vuole dignità e uguaglianza invece qui parliamo di un popolo che non ha l’acqua o non ha il permesso di viaggiare.

Non c’è spazio per l’ottimismo?

L’unica cosa che mi rende ottimista è il movimento dei giovani che in Italia e negli Usa si mobilitano contro la guerra e per il disarmo.

Conosce e apprezza il lavoro di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi?

L’ho scoperto negli ultimi due anni. Amo il loro lavoro. Sono persone speciali che sento vicine non solo per l’uso del found footage ma per il rapporto con la Storia e i temi che affrontano, dall’Armenia alle conseguenze del fascismo. La differenza è che loro facevano tutto a mano, in analogico, mentre il mio lavoro è digitale.

Ci sono autori palestinesi che l’hanno ispirata? Esiste il cinema palestinese?

Ci sono sforzi di singoli individui, ma non c’è un’istituzione, per noi palestinesi, occupati e perennemente in guerra. È una sfida già esistere come persona, figuriamoci come cineasti. Devi sempre basarti su fondi che vengono dall’Europa per fare un film. E’ una lotta costante per esistere e per lavorare. Se parliamo di singoli autori, amo Michel Khleifi ed Elia Suleiman, in particolare Chronicle of a Disappearance che è il film che più mi ha ispirato.

 

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