Il romanzo ‘Tre notti’. Vinicio Marchioni esordisce con un “Pinocchio di periferia”

L’intervista all’attore, che ha debuttato nella scrittura letteraria: un romanzo di formazione in cui “mi sono fatto ispirare dagli archetipi delle favole”. E “se mai si farà un film, lo dirigerò io. Non lo affiderei mai a nessun altro”. Nei prossimi mesi, l'uscita dell'audiolibro

Il romanzo ‘Tre notti’. Vinicio Marchioni esordisce con un “Pinocchio di periferia”

BARDOLINO – Novembre 1991, venerdì, sabato e domenica. Un padre muore, un figlio – 15 enne – gli sopravvive, cominciando così il suo romanzo di formazione alla vita: Vinicio Marchioni esordisce nella scrittura letteraria con Tre notti (Rizzoli).

Nella vita reale dell’attore, una decina d’anni fa, in occasione di un trasloco, gli sono tornati tra le mani alcuni suoi diari dell’adolescenza: era lì trascorso il tempo sufficiente dal fatto autobiografico – la scomparsa del papà, alla stessa età del suo protagonista, Andrea -, per stabilire la giusta distanza e la contestuale tenerezza necessarie a costruire la storia impressa poi sulle pagine di carta, che nei prossimi mesi sarà anche audiolibro (edito Emons).

Vinicio, lo sfondo d’ambientazione, l’abbraccio della storia, è la periferia, e con lei il suo contesto: dunque, non solo la collocazione decentrata, ma uno specifico spaccato umano e sociale. Perché la periferia per queste Tre notti?
Per due motivi. Uno, perché è dove sono cresciuto, quindi per un esordio letterario sentivo la necessità di avere un immaginario che potessi scrivere con cognizione di causa. Oltre a questo, lavorando sulla struttura del romanzo, a cui ho dedicato tantissimo tempo, mi sono reso conto che i temi che stavo trattando avessero a che fare con il concetto di ‘tra’, come ‘tramite’: l’adolescenza, che è essere tra l’età adulta e quella più piccola; la periferia, che non era quella che conosciamo oggi, perché nel ’91 c’erano ancora le vecchie borgate, ed era un luogo ‘tra’, cioè tra la grande città e la campagna: si diceva, infatti, ‘andiamo a Roma’, pur essendo a Roma; e il 1991 stesso è stato un anno ‘tra’, nel senso che arrivavamo dalla fine dei grandi processi, tra il terrorismo e l’epoca delle stragi, poi ci sono stati Mani Pulite e Berlusconi, e così via. Inoltre, in quel periodo non c’era Internet, è stato l’anno del primo contatto Internet al CNR, ma non per i comuni mortali, e quindi è stato l’ultimo anno in cui l’Italia, forse, ha vissuto un’ingenuità, che poi è finita.

E perché ha scelto che questa storia si svolgesse di venerdì, sabato e domenica, e non in altri tre giorni qualsiasi della settimana?
Perché dalla morte di questo padre mi serviva un giorno in più prima del funerale e quindi, non celebrandosi funerali la domenica, avevo a disposizione una notte in più, per arrivare appunto alle ‘tre notti’ e poi, il 29 novembre – il primo di questi tre giorni – è il giorno di Sant’Andrea.

E, ancora: perché il mese di novembre? Casualità o caducità?
È il mese in cui è morto davvero mio padre: si ritorna sempre all’immaginario preciso; e poi perché era l’autunno, sì, un’atmosfera che penso dal romanzo si respiri molto.

La vicenda del romanzo è tutta frutto di fantasia, oppure, per qualche aspetto, anche minimo, per Andrea o per la sua storia, ha attinto da Vinicio, che guarda caso… nel ’91 aveva la stessa età del protagonista?
Sì, nel ’91 avevo appena un anno più di lui. Ho attinto davvero solo per l’ambientazione, per la borgata e la campagna che descrivo, luoghi in cui sono cresciuto. Detto questo, non c’è nient’altro di vero: non ho mai rubato la macchina a mio nonno, molti personaggi sono frutto di fantasia pura, infatti Nerone non l’ho mai conosciuto, Patatina non l’ho mai conosciuta, e per Memmo… in ogni paese d’Italia ce n’è uno, c’è un Bar dello Sport. È stato molto divertente, e molto difficile, creare un’impalcatura letteraria di finzione per raccontare di quell’adolescenza e di quel distacco. Qualcuno mi ha detto che sia un romanzo sulla perdita, che è vero, ma non ci avevo pensato: sia la perdita di una persona cara, la perdita dell’innocenza, ma anche un discorso sul perdersi, infatti io volevo fare un romanzo di formazione, per cui per ritrovarsi bisogna perdersi.

Lei è un attore di formazione classica: ci sono padri o madri, o mentori, o grilli parlanti, o Pigmalioni del teatro classico a cui ha pensato per qualche personaggio del libro?
No, del teatro no. Io avevo in mente dei caratteri, non delle facce, e ho cercato di disegnarli, e in questo mi sono fatto molto aiutare dalla fiaba, dalla sua struttura: pur essendoci molto realismo non volevo fare un romanzo realista, volevo che tutto quanto fosse ammantato da qualcosa di favolistico, quindi ho costruito il mio Pinocchio di periferia e ci ho messo vicino un Mangiafuoco con Nerone, con Ezio e Sorca Pelata come Gatto e Volpe ma che non tradiscono Andrea, anzi lo accompagnano, esuberanti e divertenti e, ancora, c’è Martina, un po’ la Fata Turchina. Mi sono fatto ispirare dagli archetipi delle favole.

Lei, nella vita, è papà di due maschi: quanto la paternità, dunque la genitorialità al maschile, ha dato un’impronta al romanzo, che dedica a Marco e Marcello, i suoi figli?
È un libro molto maschile, la maggior parte dei personaggi sono uomini, ma mi piace pensarlo come un romanzo-donna. Io volevo ragionare sul tema ‘maschio’ e approfittare del 1991 è stata una grande fortuna, perché mi ha permesso di utilizzare un linguaggio diretto, rude, verace, che non si potrebbe usare oggi, però volevo anche svuotare dall’interno quel maschilismo, nel senso che i personaggi che incontra Andrea sono tutti uomini che nel ’91 hanno 30-50 anni pressappoco, tutti figli degli Anni ’50-’60, figli del patriarcato maschilista italiano al suo apice; ho messo Andrea nelle peggiori condizioni, essendo il primo figlio maschio del primo figlio maschio, di cotanto nonno, costruttore di case, per cui conta ‘la roba’, ‘noi siamo noi’, ‘il cognome è il cognome’, ma questi uomini volevo farli piangere, farli ridere, farli essere pieni di tenerezza e cura, pieni di amore e di sentimenti che li attraversavano, e che Andrea li vedesse tutti, questi sentimenti.

È abituato a raccontare per immagini, interpretando: qui riesce a scrivere ma mostrando… . È un romanzo a cui piacerebbe trasformarsi di una sceneggiatura, magari con la sua regia? 
È molto difficile rispondere, perché non ci ho pensato mentre scrivevo, essendo preoccupato di trovare una forma letteraria prima che cinematografica, però adesso mi ci stanno facendo pensare tante persone che l’hanno letto: tantissimi mi dicono che sia già un film, che si veda tutto, che sembri di essere lì. D’altro canto, quando un romanzo viene così tanto interpretato da chi lo legge, nel senso che ciascuno si fa il proprio immaginario, la difficoltà è che al momento del film il punto di vista è solo il tuo, quindi la scelta dell’attore, i volti, le ambientazioni chiudono rispetto all’immaginario del lettore. Questa penso sia la grande difficoltà di ogni trasposizione cinematografica di un libro, però è anche una sfida molto bella. L’unica cosa che sento, di cui sono abbastanza sicuro, sarebbe riuscire a mantenere il tocco, la sensazione di massima: non lo affiderei mai a qualcun altro, se mai si farà un film lo dirigerò io.

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