I 90 anni di Kim Novak, l’ultima diva in fuga da Hollywood

I 90 anni di Kim Novak, ultima diva di Hollywood

I 90 anni di Kim Novak, l’ultima diva in fuga da Hollywood

Sguardo glaciale, enigmatico, vertiginoso quella di Kim Novak, che in queste ore compie 90 anni. Prima della sua bellezza statuaria, prima di essere la personificazione della bella bionda, nell’immaginario collettivo ci sono quegli occhi che guardano lo spettatore, lo scrutano, lo interrogano e lo mettono quasi a disagio.

All’anagrafe, a Chicago in quel 13 febbraio del 1933, i genitori di origini ceche le danno il nome di Marilyn Pauline Novak. E per una Marilyn (Monroe) che si chiamava invece Norma Jean, ecco una Marilyn che deve cambiare nome. Hollywood è sempre stata Babylon e, quando a metà degli anni Cinquanta un agente la scopre e la fa mettere sotto contratto in esclusiva per dieci anni dalla Columbia, il grande capo della major, Harry Cohn, immaginando già di aver trovato la sostituta di Rita Hayworth, le propone il nome d’arte Kit Marlowe perché, dice, «nessuno va a vedere una ragazza con un nome polacco». «Sono cecoslovacca, non sono polacca, ed è il mio nome» si ribellò l’attrice. Alla fine ecco il compromesso: Kim Novak. Solo molti anni dopo, la vendetta o l’esorcismo quando, nel 1986, Kim Novak torna su un set, quello della serie Falcon Crest e fa chiamare il suo personaggio proprio Kit Marlowe.

Specchio di una personalità forte, complessa, mai doma. «Sei solo una gatta preziosa» le diceva Harry Cohn (d’altronde il nome che le aveva proposto era Kit…) che la considerava di sua proprietà e ne aveva costruito l’immagine facendole ossigenare i capelli, mettendola a dieta, prescrivendole cosa indossare, come parlare e con chi uscire. Una gabbia dorata.

Una manciata di anni e Kim Novak diventa una delle attrici più popolari in una Hollywood in cui Marilyn Monroe era appena diventata una dea. Ma le due attrici non si possono confondere, la voce di Kim Novak è profonda e sensuale (come quella di Rossella Cavalletta, la doppiatrice che ha prestato la sua voce per la maggior parte delle sue interpretazioni), distante da quella frivola e infantile del cliché della bionda. A 22 anni, siamo nel 1955, è già protagonista accanto a William Holden in Picnic di Joshua Logan e a Frank Sinatra in L’uomo dal braccio d’oro di Otto Preminger in cui interpreta Molly, una ragazza di un nightclub, innamorata tragicamente – ecco le sue doti drammatiche già spiccate – del batterista drogato interpretato dal grande cantante. Poco prima è stata una dark lady in Criminale di turno di Richard Quine con il quale condivise lavori e sentimenti e che di lei disse: «Kim unisce due proverbiali qualità: dà l’idea di essere contemporaneamente una dama in un salotto di classe e una prostituta in camera da letto». È stata poi, accanto a Tyrone Power, la moglie di un musicista nel drammatico Incantesimo di George Sidney, regista con il quale girò anche Un solo grande amore e Pal Joey accanto a Rita Hayworth con la quale si contende un romantico cantante interpretato ancora una volta da Sinatra.

Siamo nel 1957 e Kim Novak viene scelta da Alfred Hitchcock per il ruolo che le darà la celebrità eterna ossia La donna che visse due volte. In un doppio ruolo proprio da vertigo (come il titolo originale del film) accanto a James Stewart. Con Hitchcock, famoso per torturare psicologicamente le sue attrici, ebbe un buon rapporto che le consentì di sentirsi libera di chiedergli, durante le riprese: «Non riesco a capire perché prima vediamo Madeleine alla finestra dell’hotel, e poi scompare. Come ha fatto a lasciare l’hotel?». «Ah, mia cara… Non è che tutto deve avere un senso in un film del mistero», la risposta del regista. Fatto sta che nessuno può dimenticare i suoi due inquietanti personaggi, la raffinata Madeleine e la procace Judy, due aspetti dell’attrice, come abbiamo visto, che, in quello che più tardi, nel 2018, verrà incoronato come il miglior film di sempre dal British Film Institute, sono mostrati con straordinaria adesione, specchio anche d’una personalità psichicamente complessa.

È l’apice del successo di un’attrice che, in meno di dieci anni, s’è imposta nell’immaginario collettivo. I film seguenti sono di alto livello anche se non sempre sono riusciti a far emergere il lato oscuro – e non è un luogo comunque – dell’attrice. Novak infatti non ha mai nascosto la sua depressione: «Quando sei felice è come stare su una nuvola così alta che nessuno riesce a vederla. Ma all’improvviso la nuvola diventa grigia e comincia a opprimerti e, prima che tu te ne accorga, ti ritrovi di nuovo in fondo al buco». E poi quel sogno strano, «di recitare nel ruolo di qualcuno con una malattia mentale, avrei potuto fare un gran bel lavoro, perché so cosa si prova» (nel 2000 le è stato diagnosticato un disturbo bipolare).

Nel 1958 torna a lavorare accanto all’amato James Stewart («Per me era difficile credere che qualcuno potesse vivere a Hollywood per così tanto tempo, proprio a Beverly Hills, senza che ciò lo cambiasse. Si merita un premio solo per questo. Uno con la targhetta: “Sono rimasto fedele a me stesso”. «Io vorrei lo stesso premio») nel divertente Una strega in Paradiso sempre di Richard Quine con cui gira anche i successivi Noi due sconosciuti a fianco di Kirk Douglas e in L’affittacamere con Jack Lemmon. Nel 1964 chiude praticamente la sua fulminante carriera nel ruolo autoironico di una prostituta in Baciami, stupido di Billy Wilder.

Tanti gli amori che le vengono attribuiti, con Cary Grant, Aly Khan e pure con Frank Sinatra che, diceva il capo della Columbia, «almeno sono uomini di classe», anticipando idealmente lo scandalo dell’infatuazione dell’attrice nel 1957 per l’afroamericano Sammy Davis Jr.: «Il vero Sinatra era una persona molto sensibile, ma era stato influenzato da quelli che lo mettevano su un piedistallo. Così ha perso quella parte semplice e meravigliosa di sé. Ti possono lusingare fino a farti amare troppo te stesso. Ecco perché ho lasciato Hollywood. Non volevo succedesse anche a me. Non volevo perdermi. Dovevo andarmene per salvare me stessa».

Detto, fatto. O quasi (nel 1968 gira anche il crepuscolare Quando muore una stella di Robert Aldrich). Ci vuole la natura matrigna a spingerla definitivamente lontano dal Big Sur californiano dove s’era da poco trasferita, nel 1966. Prima la casa incendiata e poi uno smottamento che incombeva: «La frana mi stava dicendo: “Il tuo tempo è finito. Vattene finché puoi. Gioca d’anticipo. Non aspettare di essere vecchia e piena di rughe. Nessuno ti vorrà più”». Ecco la seconda vita dell’attrice: «Ho affittato un furgoncino e preso ciò che per me era di valore: foto, attrezzi per dipingere, pensando, “Questo è ciò che conta”».

Nel 1974 incontra il veterinario equino Robert Malloy che, due anni dopo, diventa il suo secondo marito (il primo, l’attore inglese Richard Johnson, era durato lo spazio di un anno, da marzo 1965 a maggio del 1966). È una lunghissima e bellissima storia d’amore che, per poco, non compie cinquant’anni (Malloy muore nel novembre del 2020).

Kim Novak sta ancora lì, nell’Oregon, con la casa che s’è costruita sul fiume Rogue che sfocia nel Pacifico, i quattro cavalli, i due cani e, soprattutto, la pittura (qui il suo sito): «Vado ancora a cavallo tutti i giorni. Spero di cavalcare fino a incontrare il tristo mietitore. No, troppo triste. Spero di cavalcare fino al paradiso», ha detto, ridendo come una ragazzina, in una delle sue ultime interviste, due anni fa al Guardian.

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