Holy Shoes, vivere e morire per un paio di sneakers

Il rapporto distorto con gli oggetti, la tirannia delle merci e l'alienazione sono al centro di Holy Shoes, in sala dal 4 luglio con Academy Two. Abbiamo incontrato il regista Luigi Di Capua e due degli interpreti, Isabella Briganti e Simone Liberati

Holy Shoes, vivere e morire per un paio di sneakers

Il rapporto distorto con gli oggetti, la tirannia delle merci e l’alienazione umana sono al centro di Holy Shoes, un esordio che sorprende, visto che l’autore è Luigi Di Capua del trio comico The Pills (insieme a Matteo Corradini e Luca Vecchi). La storia corale (che fa venir voglia di una serie sugli stessi personaggi), scritta con Luca Vecchi, ruota attorno a un paio di sneakers costosissime, le Typo 3 Limited Edition. Filippetto (Raffaele Argesanu), un 13enne di periferia, vorrebbe regalarle alla compagna di scuola (Ludovica Nasti), più abbiente di lui, per viziarla e conquistarla. Bibbolino (Simone Liberati), complessato rampollo di buona famiglia e padre single, commercia in scarpe ambitissime dai rapper tra una posa sui social e un battibecco con la fidanzata (Denise Capezza). Luciana (Carla Signoris) è una donna di mezza età dall’esistenza incolore e dal marito che la trascura (Roberto De Francesco) che invidia la vicina di casa Agnese (Isabella Briganti), anchor woman dalla cabina armadio fornitissima di pump col tacco a stiletto. Infine Mei (Tiffany Zhou) imbastisce un commercio di fake per pagarsi gli studi all’estero e fuggire dal ristorantino cinese gestito dal padre dove lei serve ai tavoli e si occupa del fratellino con sindrome di Asperger nonostante la laurea in ingegneria.

Il film, fuori concorso al 41° Torino Film Festival, in sala dal 4 luglio con Academy Two, è prodotto da Agostino Saccà (Pepito), che ha dato un fondamentale apporto al progetto. “Abbiamo avuto uno scambio molto intenso e molto raro”, spiega il regista, che sta lavorando a una black comedy, Argentario, sul tema dell’ambizione e della paura di fallire.

Holy Shoes – dice ancora Di Capua – vuole raccontare uno degli aspetti più intriganti e potenti della società contemporanea: la tirannia del desiderio. Il desiderio di essere ciò che non siamo, il desiderio di possedere ciò che non abbiamo. Nella società dei consumi il desiderio è il motore che muove tutte le cose, perché ha a che fare con la nostra identità. Privi di modelli solidi e senza più un Dio, scambiamo le nostre identità con quelle degli altri e sacralizziamo gli oggetti”.

Le scarpe sono una vera e propria ossessione per Di Capua, che aveva già dedicato al tema il corto Il buio oltre le Hogan. “Da ragazzino, quando andavo alle medie, ero in fissa le Nike Squalo che costavano 300mila lire. I miei genitori non me le comprarono, ma un compagno di classe che le aveva, venne aggredito e derubato, tornò a casa scalzo. Per me è stato un evento grottesco, violento ma allo stesso tempo ironico. Diciamo un’umiliazione insolita. Più avanti è esplosa la moda delle sneakers tra i giovani, un mercato cresciuto esponenzialmente, che oggi tocca i 95 miliardi di dollari: le scarpe sono diventate il feticcio di tutti. Molti non se le potevano permettere, ma proprio per questo spendevano soldi che non avevano per procurarsele. Un pusher 27enne con due figli a carico mi disse una volta: ‘io spaccio per comprare le Jimmy Choo a mia moglie’. Le persone sono disposte a mettere a repentaglio la loro vita per cose che hanno senso identitario, è un atteggiamento tribale, perché il feticcio da sempre è espressione del tuo ruolo nella società. Il cacciatore più bravo ha in testa un copricapo piumato più grande e bello”.

Simone Liberati parla del suo Bibbolino: “Interpreto il rampollo di una famiglia alto borghese romana con un padre importante, un generale. Sono un uomo debole, mai evoluto rispetto a una vita adulta, ma la mia debolezza diventa estremamente pericolosa nel momento in cui ho un’arma in mano. E’ come una miccia che si accende e che mi porta a fare scelte scellerate, perché alla debolezza si associa la rabbia, il rancore”, dice Liberati, che ha il ruolo dello storico dell’arte Pasquale Rotondi, che salvò diecimila opere durante la seconda guerra mondiale, nel film tv I colori della Tempesta.

Isabella Briganti dice del suo personaggio: “Agnese è quella che paga il prezzo più alto perché in seguito a un incidente le viene amputata una gamba proprio in un momento importante della sua carriera, ma nel finale ha una resurrezione, la luce sul suo volto cambia. E’ distrutta ma viva”. E l’attrice, che interpreta la mamma di Goffredo Mameli, Adelaide Zoagli, nella miniserie tv di Raiuno e che presto vedremo nel nuovo film di Paolo Franchi Un giorno e una notte, ci racconta: “Sono stata tanti anni in India e ho vissuto la mia crisi mistica. Ho studiato filosofia orientale e Hatha Yoga. Quindi sono arrivata preparata al personaggio di Agnese, so che vivere solo per se stessi è la più grande disgrazia che ci possa capitare”. E ancora: “Nel film, i nostri sono personaggi comuni, che per questa modificazione genetica dei valori sono diventati umanoidi e vivono di cose non essenziali. Sono ansiosi di qualcosa che riempia il loro vuoto interiore ma tornano sempre al punto di partenza. Agnese punta tutto sulla carriera e sull’immagine, ma non è felice, come nessuno di loro”.

Per tutti, alla fine di Holy Shoes, c’è una sorta di redenzione silenziosa. Anche per Filippetto, che perde la sua innocenza per rincorrere un paio di scarpe da mille euro a tutti i costi pensando di barattarle con l’amore. “Ho trovato Raffaele Argesanu – racconta il regista – in una palestra al Quarticciolo, ha tante cose in comune con il personaggio ed è stato bravissimo a recitare con Ludovica Nasti che, a differenza di lui, è un’attrice navigata sia pure giovanissima”.

 

 

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02 Luglio 2024

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