Francesca Giuffrida: ‘La vita magra’ e l’importanza della recitazione

Presentato all'Ortigia Film Festival, il cortometraggio diretto dalla regista torinese si avvale di interpretazioni di spicco per raccontare la storia di una madre che si trova davanti a una scelta impossibile

Francesca Giuffrida: ‘La vita magra’ e l’importanza della recitazione

SIRACUSA – Ines vende porta a porta discutibili prodotti dimagranti, il cui solo nome è tutto un programma: EasyMagra. Al suo fianco c’è sua figlia, la piccola Lori, che già da giovanissima viene a contatto con le difficoltà economiche ed emotive del lavoro precario di sua madre. Quando la vedrà mentire per portare a casa una vendita, Lori sperimenterà l’arte della manipolazione con un suo coetaneo più fragile e ingenuo di lei. Una circostanza che metterà Ines davanti a una scelta impossibile.

È questa la trama de La vita magra, cortometraggio in Concorso all’Ortigia Film Festival diretto dalla regista torinese Francesca Giuffrida. Un’opera ben diretta ed emozionante che, in appena venti minuti, ci porta alla scoperta del dramma di una donna che si trova davanti alle contraddizioni del mestiere di venditrice e di quello di madre.

Francesca, il tuo film funziona già a partire dal titolo, che racchiude in sé i temi del film.

Grazie, mi piace che “magra” sia l’anagramma di “grama”.

Esatto, suona molto bene. Da dove nasce il progetto?

Il progetto nasce dalla scrittura di Giulia Betti. Abbiamo fatto la Civica Visconti insieme, quindi ci conoscevamo già e volevamo fare qualcosa insieme. Lei mi ha proposto questo progetto che aveva nel cassetto da un po’, mi è piaciuto perché ha incontrato le mie corde e abbiamo iniziato a cercare una produzione che ci sostenesse. Abbiamo incontrato Notti Americane e Associazione Museo del Cinema, che hanno creduto nel progetto. La storia non era nata su Torino ma, dovendo raccontare una realtà di periferia, io non me la sentivo chiaramente di ambientarla a Roma, in un posto che non conoscevo. E poi mi piaceva avere una bambina che parlasse con il mio accento

Le attrici del film sono cruciali per l’effetto che volevi ricreare. Penso all’intensa scena finale in cui chiedi a Giorgia Spinelli un’interpretazione notevole.

Per me la cosa fondamentale è proprio la recitazione, mi sono diplomata alla Civica con una tesi sul potere dell’attore nel film, sostenendo che puoi girare con cellulare, ma avere un grande interprete davanti e riuscire a fare un film. Oppure avere un impianto fotografico pazzesco, ma zia Pina davanti allo schermo, e non riuscire a farlo.

Come hai trovato le attrici adatte?

Diplomatami alla Civica, ho cominciato a fare quello che in realtà mi piaceva fare di più, dato che vengo dalla recitazione, ovvero il casting. Ho conosciuto le attrici adulte durante dei casting per altri progetti e quindi le ho proprio rimorchiate, chiedendo: vi prego fate questo film con me. Il fatto che si siano fidate per me è la cosa più bella del film. Invece per Amanda Rabbia, la piccola Lori, è stato diverso. Lì abbiamo fatto casting e street casting nel territorio torinese. Ho ricevuto candidature di quasi 400 bambine. È stato bellissimo perché ho fatto un centinaio di provini. È stato divertentissimo, la fatica minore. Con lei è scattato qualcosa, mi ricorda molto me da piccola.

Cosa cercavi?

L’abbiamo sempre definita con Giulia una “piccola lucertolina” che quando l’afferri stacca la coda. Volevamo che avesse una scaltrezza e un’intelligenza fin da piccola. Di per sé è una cosa positivissima, ma poi da trama arriva un momento in cui la usa in modo non così etico. Dovevamo vedere fin da subito che era una bambina che osservava, che carpiva la realtà come una spugna. Cercavo un esserino che non sta mai fermo, che saltella come una matta. Amanda ha arricchito il personaggio, perché è molto più agitata del previsto. L’abbiamo domata (ride ndr.).

Il tuo film parla anche della perdita dell’innocenza. Mi ha colpito la scena in cui le donne adulte parlano e si inquadrano solo le loro bocche.

Lì veniamo appunto da una battuta in cui la mamma – che la sera prima aveva detto a Lori che i prodotti non vanno dati ai bambini – mente alla cliente dicendo: no assolutamente, mia figlia non sa quello che dice. La camera si sposta a tornare su Lori. Da lì prendiamo il suo punto di vista e guardiamo queste bocche, che diventano enormi, perché è lei che vi si concentra. E queste bocche dicono la grande bugia: sua madre che dice bugie a un’altra bocca, che dice a sua volte bugie a un bambino. Per me era importante che questa bocca fosse “di più”, è stato come ricordare come io vedo le cose da bambina. Con dei ricordi un po’ onirici, filtrati dalla soggettività.

Hai voluto rendere grottesca la situazione.

Si, e anche per segnare che quello era il punto di svolta.

Molto bello anche il finale, che è in qualche modo aperto. Anche se in realtà i registi sanno esattamente quello che succederà ai loro personaggi.

Sì, non è un finale aperto per me: è proprio la rappresentazione di quello che è impossibile fare, cioè scegliere tra non dare da mangiare a tua figlia e darle invece un cattivo esempio. Il mio intento era vertere su quella impossibilità di scelta: scegliere il meno peggio non è scegliere, vuol dire accontentarsi, tirare a campare. Abbiamo messo in scena una madre che legge alla figlia Rikki-tikki-tavi, non una favoletta, cosa che ti fa capire che ha un background di un certo tipo e che quindi si rende conto del problema. Lei piange perché sa di avere passato un messaggio sbagliato, il problema è che non sa come non farlo. Nel finale prende atto di questo problema irrisolvibile.

Cosa provi a debuttare con il tuo cortometraggio qui a Siracusa?

A livello affettivo, le mie origini sono qua, come si capisce dal mio cognome. Mi auguro che sia un buon auspicio che tutto parta da qui, proprio a livello emotivo, che possa essere un buon inizio, perché come con tutti i corti è stato un percorso faticoso.

Questo viaggio è appena iniziato, ma quali progetti hai per il futuro?

Sto cercando di mettere la regia al fianco del lavoro di casting. Per me vanno di pari passo. Non ho deciso e non voglio decidere, perché uno non è il piano b dell’altro. Chiaramente ho studiato da regista ed è quello che voglio diventare. Sto scrivendo un altro corto, che partirà a breve, e un lungometraggio, insieme a una scrittrice. Una cosa non esclude l’altra per il mio modo di essere regista, cioè partendo dalla recitazione e dagli attori. Per me fare casting è soltanto un arricchimento e spero che i binari continuino paralleli.

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