FICE, Giuliana Fantoni: il cambio di narrativa e la doppia velocità del cinema d’essai

La neo presidente della Federazione Italiana Cinema d’Essai, nonché esercente di un cinema storico a Treviso, ospite di Ciné n.13: “la forza della sala d’essai è quella di essere in comunicazione con il cliente: so fare questo lavoro perché sono stata in cassa, a contatto col pubblico”

FICE, Giuliana Fantoni: il cambio di narrativa e la doppia velocità del cinema d’essai

RICCIONE – Giuliana Fantoni, esercente del Cinema Edera di Treviso, dalla metà del mese di giugno 2024 è neo presidente della FICEFederazione Italiana Cinema d’Essai.

Tra gli ospiti del convegno d’apertura, sul tema “Il pubblico in sala tra rivelazioni al box office, case history e scommesse per il futuro”, Fantoni porta la testimonianza di una nicchia che sembra stia uscendo dai propri cliché, per aprirsi al futuro.

Giuliana, nel panorama complessivo dello stato di salute attuale della sale italiane, cosa apportano e di cosa soffrono le sale d’essai?

Sono in un momento di rinascita, i numeri di quest’anno l’hanno dimostrato, e stanno un po’ guarendo: il cinema d’essai aveva un po’ perso il proprio target di riferimento, ma abbiamo cominciato a parlare ai giovani, che hanno iniziato a incuriosirsi alle nostre proposte, per cui credo sia la direzione nella quale continuare. Si tratta sempre di un cinema di nicchia per cui il cinema d’essai deve lavorare di più sulla propria identità, dev’essere proprio scelto dal pubblico: i cinema che meglio lavorano su questo sono infatti quelli che hanno i migliori risultati.

La sua nomina a presidente FICE è recentissima, metà giugno 2024: quali sono i punti principali del suo piano, che vorrebbe rendere concreti durante il mandato?

Voglio assolutamente lavorare sulla comunicazione, perché penso che il cinema d’essai per troppo tempo abbia pagato l’essere considerato un cinema ‘noioso’, ‘per vecchi’, e invece la narrativa va cambiata, va aggiornata, va resa più dinamica: quindi punto a un lavoro sulla comunicazione coinvolgendo proprio le sale, che devono essere le prime a raccontare ai loro spettatori il potenziale dei film, a consigliarli. Un’altra cosa: il cinema d’essai si basa sulle due velocità, quella del Nord Italia e quella del Sud, per cui vorrei un po’ aiutare queste ultime, che stanno facendo più fatica.

Nella creazione di eventi per chiamare pubblico in sala, in generale, da parte dei distributori ricorrono le parole ‘influencer’ e ‘creator’, come soggetti fondamentali del momento: sono o potrebbero essere efficaci anche per le esperienze d’essai?

Perché no? Chiaramente il contenuto va reso più raffinato, va studiato, si tratta di metodologie diverse di comunicazione, però penso potrebbe essere un canale anche quello.

L’esercizio più generalista cosa dovrebbe raccogliere dal comportamento delle sale d’essai come spunto utile a incentivare l’ingresso del pubblico? Che valore aggiunto avete, che le sembra invece possano un po’ patire gli altri?

La forza della sala d’essai è quella di essere in comunicazione con il cliente, ascoltarlo; io non smetto mai di dire che so fare questo lavoro perché sono stata in cassa, a contatto col pubblico. Quelle che inizialmente sono sensazioni, se offri attenzione allo spettatore, creano una specie di empatia che ti aiuta a programmare con più accuratezza, capendo quali siano i titoli da difendere perché sta iniziando un passaparola, che magari dai soli numeri non cogli: a volte possono essere bassi, ma il polso ce l’hai nel momento in cui la gente esce dalla sala e ti dice: ‘che film!’. La Cortellesi non era partita a bomba, era partita bene ma non in maniera straordinaria: era un film la cui ascesa era abbastanza prevedibile, però capita che tenere alcune opere e consigliarle al pubblico faccia sì che crescano. Un altro esempio è Hitman, un gioiellino, che ha fatto molto poco, ma per me la possibilità di consigliarlo a una persona che magari viene in sala solo per la fiducia riposta, perché sa che seleziono solo cose d’essai, e io possa dirgli ‘non perderti questo’, e vedere che poi esce e mi ringrazia, è un modo per creare un rapporto di fiducia.

Cosa chiedono le sale d’essai allo Stato, qual è il supporto pubblico di cui sentite l’esigenza? Come pensate le istituzioni potrebbero coadiuvare?

Mi piacerebbe ci fosse una sinergia tra le sale d’essai in modo che si creasse una rete per consolidare la didattica, perché noi siamo locali che nel proprio DNA fanno cultura, quindi vorrei ci fossero programmi per spingere la fruizione cinematografica nelle scuole, che ci fosse un percorso condiviso con le istituzioni perché il cinema sia più presente nelle scuole, magari riconoscendo crediti formativi alla frequenza di un cineforum: è qualcosa che potrebbe davvero permettere una crescita.

Le piattaforme, per l’essai, quanto inficiano e come – invece – potrebbero essere complici nella diffusione delle produzioni? Pensa ci potrebbe essere un lavoro di squadra con le vostre sale, oppure sono pianeti troppo distanti?

Non sono pianeti distanti perché il germogliare dell’attenzione dei giovani io l’ho notata dal 2021, e non prima, questo perché le piattaforme hanno un po’ nutrito il loro tempo a casa, spingendoli verso questa fame di audiovisivo, che ha trovato una voglia di essere costruita e indirizzata. Perché prima non accadeva? Wenders non ha mai parlato ai giovani e adesso propongo Buena Vista Social Club o Il cielo sopra Berlino o Perfect Days e ho sale piene di ragazzi: qualcosa è successo durante la pandemia, periodo in cui i ragazzi hanno fruito tantissimo delle piattaforme; l’importante è che sappiano distinguere, ma nel momento in cui scelgono di vedere certi film al cinema significa abbiano la consapevolezza.

Qual è il target di questi giovani? Sono studenti di cinema?

Per il cinema d’essai il target è 25-35 anni, non necessariamente di studenti di cinema, anche perché a Treviso, per esempio, non c’è una facoltà dedicata, eppure ci sono i numeri in sala.

 

 

 

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